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Luglio era appena iniziato quando Elena e suo marito Matteo decisero di concedersi una settimana di vacanza in Norvegia. Entrambi avevano trentacinque anni e da tempo sognavano di visitare i famosi fiordi. Dopo mesi di lavoro avevano prenotato un piccolo appartamento in un villaggio turistico immerso nella natura composto da una ventina di casette di legno distribuite lungo una splendida vallata, ove, a poche centinaia di metri iniziava un enorme bosco di pini altissimi che sembravano toccare il cielo.
Di giorno il paesaggio era spettacolare, le montagne si specchiavano nell'acqua cristallina e calma del fiordo mentre il silenzio era rotto soltanto dal vento e dal canto degli uccelli.
La prima giornata trascorse senza alcun problema, regalando alla coppia il tanto desiderato riposo. Dopo cena marito e moglie rientrarono nell'appartamento e andarono a dormire piuttosto presto, forse in previsione di fare un'escursione con le prime luci del giorno.
Nel cuore della notte Elena aprì gli occhi, fuori dalla finestra filtrava una debole luce biancastra e Elena pensò fosse la Luna; poi, un rumore.
Non era il vento, ma una vibrazione profonda, quasi un ronzio metallico proveniente dal bosco. Elena rimase in ascolto per qualche secondo, poi, si girò dall'altra parte e si riaddormentò. Il mattino seguente non diede alcuna importanza all'accaduto, in fondo, non era successo niente. Anche la seconda giornata trascorse serenamente tra passeggiate nella natura, foto ricordo e grandi chiacchierate. Passeggiarono lungo il fiordo visitarono alcuni piccoli villaggi tipici della zona per poi rientrare stanchi.
Quella notte però, quanto successo la sera prima, accadde di nuovo.
La stessa luce, lo stesso rumore, come se il nastro di un film di fosse riavvolto per riproporre la stessa scena. Questa volta, a differenza della prima, Elena ebbe come l'impressione che qualcuno si trovasse davanti alla finestra. Provò ad alzarsi, ma un'enorme sensazione di sonnolenza la costrinse a richiudere gli occhi. Il mattino seguente, fu Matteo ad accorgersi di qualcosa.
"Elena... cos'hai sulla schiena?"
Lei si voltò.
"Cosa intendi?"
"C'è uno strano segno."
Elena si posizionó davanti allo specchio e riuscì a vederlo.
Tra le scapole compariva una perfetta trama geometrica, sembrava l'impronta lasciata da una griglia metallica rovente identica alla rete che protegge il retro di un asciugacapelli.
Non provava dolore, la pelle non era infiammata, ma quello che appariva davanti al loro occhi aveva in tutto e per tutto la forma di un marchio, troppo preciso per essere casuale.
Elena cercò di ricordare se nei giorni appena trascorsi avesse appoggiato la schiena su qualche superficie particolare, ma non le venne in mente assolutamente nulla e non sapendo che da lí a poco strani episodi si sarebbero manifestati.
Elena era pensierosa, non riusciva a capire cos'era quel segno e come poteva esserselo fatto. Poi i due uecirono di casa. Durante la passeggiava lungo il porto, venne improvvisamente colpita da un forte capogiro e, per una frazione di secondo, vide due enormi occhi neri fissarla da vicino, poi l'immagine scomparve.
Più tardi, mentre stava bevendo un caffè, un altro flash, una luce accecante puntata sul volto con sagome che si muovevano intorno a lei e strumenti metallici.
Il tutto duró solo qualche istante.
"Ma cosa sta succedendo?" Eslamó Elena
Matteo non disse nulla.
La sera, pervasa da strani pensieri e anche un po' spaventata, iniziò a cercare informazioni su internet. Digitò "Marchio geometrico sulla schiena", poi "Segno a griglia pelle" e infine "Reticolo sulla pelle dopo aver visto una luce".
Decine di testimonianze raccontavano la stessa identica storia e molte parlavano di presunti rapimenti alieni. Elena, più confusa e spaventata di prima chiuse immediatamente il computer convincendosi che fosse soltanto una coincidenza.
Quindi cercó di ragionare in modo razionale e abbandonó l'idea di cercare eventuali risposte da sola preferendo il consulto di un medico.
Il giorno seguente infatti si recò presso il piccolo ambulatorio del paese e, una volta entrata nello studio, il medico esaminò attentamente il segno, effettuò fotografie, controllò la pelle con una lampada speciale ma non trovò alcuna spiegazione.
Prima che Elena uscisse dallo studio le disse una frase inattesa che spiazzó le Elena.
"Non credo agli alieni, ma conosco una persona che da molti anni raccoglie casi davvero particolari."
Il medico scrisse quindi l'indirizzo e lo porse a Elena.
Poco distante viveva il Dr. Erik Solberg, ex neurologo e oggi ricercatore indipendente.
Elena si recò dal neurologo con Matteo, il suo studio era pieno di libri, fotografie e cartelle cliniche. Dopo essersi presentata Elena non perse tempo e fece subito vedere quel marchio al neurologo. Quando questi lo vide rimase immobile.
"Ne ho osservati altri molto simili."
Elena impallidì.
"Mi sta dicendo che pensa siano stati degli alieni?"
"No."
"Allora cosa?"
"Penso che lei abbia un ricordo che il suo cervello sta cercando di nascondere."
"Dottore si spieghi meglio" disse Elena.
Dopo alcuni minuti di spiegazioni, il neurologo propose una seduta di ipnosi regressiva.
Dopo molte esitazioni Elena accettò.
Il Dr. Solberg abbassò leggermente le luci dello studio, la stanza rimase illuminata soltanto da una piccola lampada posta dietro la poltrona.
Poi, accese un registratore e disse:
"ogni seduta viene registrata.
Se in qualsiasi momento desidera interrompere, mi basta una parola."
Elena annuì.
Era visibilmente nervosa.
Il medico le sorrise.
"Non abbia paura. Lei resterà sempre cosciente.
L'ipnosi non è sonno e non perderà mai il controllo.
Io la guiderò semplicemente in uno stato di rilassamento profondo."
Lei fece un lungo respiro.
"Va bene."
"Si accomodi."
Elena si sdraiò lentamente sulla poltrona reclinabile.
Il dottore attese qualche secondoe poi cominció:
"Vorrei che chiudesse gli occhi."
Lei obbedì.
"Ora faccia un respiro lento... molto lento."
Inspirò.
Espirò.
"Ancora."
Il respiro iniziò a rallentare.
"Molto bene." disse il neurologo.
Per quasi un minuto il medico parlò con voce calma.
"La sua respirazione sta diventando regolare... il suo corpo è sempre più rilassato... le braccia diventano leggere... le gambe sono completamente distese... ogni muscolo si rilassa sempre di più."
Il volto di Elena sembrava ormai privo di tensione.
"Bene."
"Adesso immagini di trovarsi in cima a una scala di dieci gradini."
"Ad ogni gradino il suo rilassamento aumenterà."
"Iniziamo."
"Dieci..."
"Piede dopo piede..."
"Nove..."
"Ogni rumore intorno a lei diventa sempre più lontano..."
"Otto..."
"Sette..."
La voce del medico sembrava arrivare da molto distante.
"Sei..."
"Cinque..."
Il respiro di Elena era ormai profondissimo.
"Quattro..."
"Tre..."
"Due..."
"Uno..."
Seguì qualche secondo di assoluto silenzio.
Il dottore osservò gli strumenti che monitoravano il battito cardiaco.
Elena era stabile, tutto era stato eseguito correttamente.
Il neurologo parlò quasi sussurrando.
"Elena..."
"Sì..."
"La sente la mia voce?"
"Sì..."
"Perfetto."
"Ora voglio che ritorni alla seconda notte trascorsa in Norvegia."
"Non faccia alcuno sforzo."
"Lasci semplicemente che i ricordi arrivino."
Passarono alcuni secondi, le dita della donna iniziarono a muoversi leggermente...
"Cosa vede?"
"La finestra..."
"È nella sua camera?"
"Sì..."
"Che ora è?"
"Non lo so..."
"È notte?"
"Sì..."
"C'è silenzio..."
"Cosa succede adesso?"
"C'è una luce..."
"Da dove proviene?"
"Fuori..."
"La osservi."
"Com'è?"
"Bianca..."
"No..."
"Cambia colore..."
"È bianca... poi azzurra... poi quasi argentata..."
"Continui."
"Il rumore..."
"Che rumore sente?"
"Un ronzio..."
"Sembra un motore?"
"No..."
"Sembra vivo..."
"Come se vibrasse dentro la testa..."
Il battito cardiaco aumentò leggermente.
"Va tutto bene."
"Continui."
"C'è qualcuno nella stanza?"
"Sì..."
"Quanti sono?"
"...Tre..."
"Li descriva."
"Sono piccoli..."
"La testa..."
"È molto grande..."
"Gli occhi..."
"...neri..."
"Mi stanno guardando..."
"Cosa fanno?"
"Non camminano..."
"Scivolano..."
"Come se non toccassero il pavimento..."
Il medico rimase in silenzio.
"Cosa succede adesso?"
"...Mi stanno prendendo..."
"In che modo?"
"Non mi toccano..."
"E allora?"
"...Sto salendo..."
"Il mio corpo sale da solo..."
"Il letto resta sotto di me..."
Elena iniziò a respirare più velocemente.
"Va tutto bene."
"Continui."
"Attraverso il soffitto..."
"Lo attraversa davvero?"
"Sì..."
"Non esiste più..."
"Ora dove si trova?"
"...Fuori..."
"Sto salendo nel cielo..."
"Dove sta andando?"
"C'è un disco..."
"È enorme..."
"Molto più grande di quanto sembri da sotto..."
"Cosa vede?"
"Una luce..."
"Mi entra dentro..."
"Poi..."
"...sono dentro."
Il dottore aspettò alcuni secondi.
"Mi descriva il luogo."
"C'è una stanza grandissima..."
"Non ci sono angoli..."
"Tutto è curvo..."
"Le pareti si muovono..."
"Come se respirassero..."
"Sembrano vive..."
"Non sono metallo..."
"Sembrano... pelle..."
"...No..."
"Non è pelle..."
"È qualcosa che non conosco..."
"E il pavimento?"
"È morbido..."
"Come se camminassi sopra un materiale elastico..."
"Ma sostiene perfettamente il mio peso..."
"Non lascia impronte..."
"Che colore hanno le pareti?"
"Non riesco a dirlo..."
"Cambiano continuamente..."
"A volte sono bianche..."
"Poi diventano azzurre..."
"Poi violacee..."
"È come osservare l'interno di una bolla di sapone..."
"Senza una vera sorgente luminosa."
"Da dove arriva la luce?"
"...Dalle pareti..."
"Tutto emette luce..."
"Non ci sono lampade..."
"Non esistono ombre..."
"È tutto perfettamente illuminato..."
"C'è qualche rumore?"
"No..."
"Solo un suono molto basso..."
"Come un battito..."
"Non..."
"...Come un cuore..."
Il dottore rimase immobile.
"Cosa fanno adesso?"
"Mi fanno sdraiare..."
"Su cosa?"
"Su un tavolo..."
"Non..."
"Non è un tavolo..."
"Nasce dal pavimento..."
"È un pezzo della stanza..."
"Mi avvolge..."
"Non riesco a muovermi..."
"Ha paura?"
"No..."
"Stranamente no..."
"Perché?"
"...Perché sento che li conosco..."
Seguì un lungo silenzio...
Poi Elena parlò con una voce completamente diversa, molto più calma, quasi assente.
"Li conosco da sempre."
Il dottor Solberg rimase immobile.
Non aveva pronunciato alcuna domanda.
Dopo alcuni secondi Elena riprese a parlare.
"...Uno di loro mi guarda."
"Non muove la bocca."
"Eppure sento chiaramente la sua voce."
"Cosa le dice?"
"Non avere paura."
"Questo non è il tuo primo incontro con noi."
"È già successo altre volte."
"Come le altre volte, stiamo soltanto controllando che tu stia bene."
Le lacrime iniziarono a scendere lentamente dagli occhi chiusi della donna.
"Perché lo fanno?" domandò il medico.
Elena rimase in silenzio, poi, sussurrò appena:
"...Non me lo possono dire."
"Perché?"
"...Perché non è ancora il momento."
Il registratore continuò a incidere soltanto il suono lento del suo respiro.
Quando l'ipnosi terminò, Elena scoppiò a piangere.
Il Dr. Solberg rimase in silenzio, non cercò di convincerla che quei ricordi fossero reali, ma l'incredulitá sul viso di Matteo era così evidente che non poteva credere a quanto appena sentito.
Poi il neurologo disse:
"Che siano ricordi autentici o costruzioni della mente, il marchio sulla sua schiena continua a non avere una spiegazione."
Due giorni dopo, Elena e Matteo rientrarono in Italia provando a riprendere la vita di sempre facendo finta che quanto fosse accaduto non fosse mai successo.
Con il passare delle settimane gli incubi diminuirono e anche il marchio iniziò lentamente a scomparire. Sembrava tutto finito.
Finché, una sera di Ottobre, mentre stava sistemando le fotografie della vacanza sul computer, notò qualcosa di strano, qualcosa che al momento dello scatto non vide.
In una delle immagini scattate al tramonto sopra il bosco compariva un piccolo disco luminoso, quasi invisibile. Ingrandì la fotografia e con suo immenso stupore vide che il disco era perfettamente a fuoco e, sotto di esso, tra gli alberi, si distingueva una figura.
Sembrava una persona, o forse no.
In quel preciso istante il cellulare di Elena vibrò.
Sul display apparve un numero sconosciuto.
Rispose.
Per alcuni secondi non sentì nulla.
Solo un debole ronzio metallico.
Lo stesso identico rumore udito nelle notti trascorse in Norvegia.
Poi la linea cadde.
Quella notte, prima di addormentarsi, Elena si guardò allo specchio.
Il marchio era tornato. Molto più nitido di prima e, questa volta, sembrava essersi allargato.
"Matteooooooooo...."
FINE