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La prima cosa che Mario notò della sua nuova casa fu il silenzio.
Non era un silenzio fastidioso, di quelli che fanno venire voglia di accendere subito una radio o una televisione per riempire gli spazi vuoti. Era un silenzio diverso, quasi totale, che sembrava appartenere a quel luogo da sempre.
Dopo più di venticinque anni passati in città, tra il rumore continuo delle automobili, i palazzi vicini e le antenne che riempivano i tetti, trasferirsi in quel piccolo paese immerso tra le montagne era stata una scelta che molti dei suoi amici avevano definito coraggiosa.
Mario invece la vedeva diversamente: aveva semplicemente bisogno di cambiare.
Aveva lavorato per tanti anni come tecnico elettronico e, dopo essere andato in pensione, si era reso conto che le giornate avevano iniziato a diventare tutte uguali; la sua più grande passione, però, era rimasta sempre la stessa: la radio.
Da quando era giovane il mondo delle frequenze lo aveva affascinato, per molti poteva sembrare strano passare ore davanti a un apparecchio cercando segnali provenienti da persone a centinaia o migliaia di chilometri di distanza, ma, per Mario, era sempre stato un modo per sentirsi collegato al mondo.
Aveva conosciuto persone di ogni tipo grazie alla radio: marinai che trasmettevano dalle navi, appassionati che vivevano in zone isolate, tecnici, ingegneri, semplici curiosi; per lui ogni voce aveva una storia.
La nuova casa sembrava perfetta per la sua passione.
Era una vecchia abitazione in pietra poco fuori dal paese, con un grande terreno intorno e soprattutto con molto spazio per installare le sue antenne.
Il paese si chiamava Valdombra, un nome che sembrava quasi inventato per un luogo del genere; poche case, una strada principale, un piccolo negozio di alimentari, un bar dove gli abitanti si ritrovavano ogni sera e poco più.
Le persone del posto erano gentili ma riservate, quando Mario aveva detto al proprietario della casa che era un radioamatore, l'uomo sorrise; "qui non avrai problemi con le interferenze" gli disse l'uomo e Mario sorrise a sua volta.
Era esattamente quello che cercava.
Le prime settimane passarono tranquillamente.
Sistemò la casa, montò le sue apparecchiature nella stanza che aveva scelto come laboratorio e installò una nuova antenna sul retro del terreno.
Ogni sera, dopo cena, si sedeva davanti alla radio con una tazza di caffè e iniziava le sue conversazioni. Aveva già trovato alcuni radioamatori della zona, tra questi c'era Luca, un ragazzo di circa trent'anni che viveva a una ventina di chilometri da Valdombra e che spesso passava le serate collegato sulla stessa banda.
Poi c'erano altri appassionati con cui Mario aveva iniziato a parlare.
La routine era sempre la stessa: saluti, qualche battuta, commenti sul tempo, discussioni sulle apparecchiature, una normalità che a Mario piaceva molto.
Ma la sera del 14 novembre cambiò tutto.
Erano circa le 23 e Mario stava facendo alcune prove con la radio.
Aveva appena finito di parlare con Luca quando decise di cambiare frequenza, non aveva un motivo preciso, era semplicemente un'abitudine: a volte cercava qualcosa di diverso da
ascoltare.
Girò lentamente la manopola...fruscio..., ...silenzio..., ancora fruscio..., poi si fermò.
Sul display compariva una frequenza completamente libera.
Nessun segnale, nessuna comunicazione, solo un leggerissimo rumore di fondo.
Mario rimase qualche secondo ad ascoltare, poi arrivò un impulso breve e preciso, seguito da un altro e poi da un altro ancora.
Non era una voce, non era musica e non era un segnale che riconosceva.
Mario si avvicinò alla radio, il suo primo pensiero fu che potesse trattarsi di un'apparecchiatura difettosa.
Prese quindi il quaderno che teneva sempre vicino e iniziò ad annotare.
Ore 23:17.
Aspettò qualche minuto, ma non accadde più nulla. Il segnale era sparito.
La prima cosa che fece fu cercare informazioni.
Controllò se quella frequenza fosse utilizzata da qualche servizio, ma non trovò niente.
Pensò che forse qualche radioamatore stesse facendo degli esperimenti; non sarebbe stata la prima volta, così andò a dormire senza pensarci troppo.
Il giorno dopo, però, qualcosa attirò la sua attenzione.
Al telegiornale regionale parlarono di un piccolo incidente avvenuto durante la notte.
Un camion aveva perso il controllo su una strada di montagna poco distante, nessun morto, solo alcuni feriti. Mario ascoltò distrattamente fino a quando sentì l'orario.
"Secondo le prime ricostruzioni l'incidente sarebbe avvenuto intorno alle 23:40."
Si bloccò, prese il quaderno, 23:17.
Non era una prova di nulla, poteva essere una coincidenza, un semplice caso, e cercò di convincersi che fosse così.
La sera successiva tornò alla radio. Non lo avrebbe mai ammesso a nessuno, ma aspettò quell'orario con una certa curiosità. Alle 23:16 iniziò ad ascoltare quella frequenza.
23:17.
Il segnale arrivò, esattamente come la sera precedente.
Stessa intensità.
Stessa durata.
Stessa sequenza.
Questa volta Mario registrò tutto. Quando il segnale terminò rimase seduto davanti alla radio. Non aveva più la sensazione di aver trovato una semplice interferenza. Qualcosa non gli tornava.
La mattina seguente accadde un'altra cosa. Un incendio aveva colpito una zona boschiva dall'altra parte della valle e le fiamme erano state notate poco dopo mezzanotte.
Mario controllò l'orario della registrazione.
Il segnale era terminato alle 23:18.
Per la seconda volta iniziò a fare dei collegamenti. Non voleva farlo, perché sembrava assurdo. Un segnale radio non poteva prevedere il futuro, non aveva senso. Eppure quei numeri erano lì.
La terza notte decise di fare un esperimento. Prese carta e penna e alle 23:17 iniziò a trascrivere ogni impulso. Non si limitò a registrarlo, cercò una sequenza, una logica.
Dopo alcuni minuti si accorse di qualcosa.
Gli impulsi non erano casuali.
C'erano intervalli precisi.
Gruppi.
Pausa.
Gruppi.
Pausa.
Come se qualcuno, o qualcosa, stesse inviando un messaggio.
Il problema era che Mario non conosceva quella lingua. Perché di una lingua sembrava trattarsi, solo che non era fatta di parole. Era fatta di tempo.
Quella notte non dormì quasi per niente.
Il giorno dopo contattò Luca.
"Devo chiederti una cosa strana" disse.
"Dimmi."
"Se ti do una frequenza, riesci ad ascoltare se ricevi qualcosa?"
Luca accettò.
Mario gli comunicò la frequenza.
Passarono diversi minuti.
"Niente" rispose Luca.
"Sei sicuro?"
"Completamente. È vuota."
Mario rimase in silenzio.
"Perché?"
"Nulla, lascia perdere."
Non volle raccontargli tutto. Aveva paura di sembrare ridicolo: un uomo adulto, con anni di esperienza nel settore, che sosteneva di ricevere segnali misteriosi da una frequenza morta.
Non era il tipo di persona che credeva facilmente a storie strane. Forse proprio per questo la situazione lo inquietava ancora di più.
Nei giorni successivi il segnale continuò.
Sempre alla stessa ora.
Sempre sulla stessa frequenza.
Sempre identico.
E ogni volta, poche ore dopo, succedeva qualcosa.
Un guasto a una centrale elettrica.
Un piccolo terremoto registrato dagli strumenti locali.
Un incidente stradale.
Un problema tecnico su una linea ferroviaria.
Eventi diversi tra loro, ma tutti preceduti dal segnale.
Mario iniziò a creare un archivio con registrazioni, orari, coordinate e note. Passava ore a confrontare dati, finché arrivò alla conclusione più inquietante.
Il segnale non stava semplicemente indicando qualcosa.
Sembrava anticiparla.
Come se qualcuno, o qualcosa, sapesse già cosa sarebbe successo.
La sera del settimo giorno Mario prese una decisione.
Avrebbe scoperto da dove arrivava.
Aveva cambiato antenna e utilizzato un sistema direzionale. Non era una tecnica perfetta, ma poteva almeno fornire un'indicazione.
Aspettò le 23:17.
Quando il segnale comparve iniziò a ruotare lentamente l'antenna.
Il risultato lo lasciò senza parole.
La direzione sembrava sempre la stessa: nord-est, verso le montagne, nella zona più isolata della valle.
Mario conosceva abbastanza bene quei luoghi. Era un'area quasi completamente disabitata, fatta di boschi, vecchi sentieri e strutture abbandonate. Nient'altro.
Guardò l'orologio, poi la radio.
Per la prima volta provò una sensazione diversa. Non era più curiosità, ma la sensazione di essere arrivato troppo vicino a qualcosa.
Spense tutto.
Quella notte decise che il giorno dopo sarebbe andato a controllare. Non cercava risposte impossibili, voleva soltanto capire da dove provenisse quel segnale.
Un'ultima verifica.
Nient'altro.
Ma Mario non sapeva ancora che quella scelta avrebbe cambiato completamente la sua vita e che, pochi giorni dopo, centinaia di persone avrebbero iniziato a cercarlo senza trovare la minima traccia di lui.
Mario arrivò ai piedi della montagna poco dopo le nove del mattino.
Aveva preparato tutto con attenzione: uno zaino con acqua, qualche alimento, una torcia, un piccolo kit di attrezzi e soprattutto la sua apparecchiatura radio portatile.
Non voleva fare l'esploratore e non voleva trasformare quella cosa in un'avventura. Almeno questo era ciò che continuava a ripetersi.
Aveva solo intenzione di verificare la provenienza del segnale.
La zona indicata dall'antenna era più lontana di quanto immaginasse. Il bosco diventava sempre più fitto man mano che saliva e, dopo circa un'ora, il sentiero principale sparì completamente. Mario dovette affidarsi alla bussola e alle indicazioni segnate sulla mappa.
Ogni tanto si fermava, accendeva la radio e controllava la frequenza.
Niente.
Silenzio.
Era quasi sollevato.
Forse aveva sbagliato.
Forse quel segnale aveva una spiegazione normale.
Forse tutta quella storia era soltanto una coincidenza.
Poi, verso mezzogiorno, accadde qualcosa.
La radio si accese da sola.
Mario si fermò e guardò il dispositivo.
La frequenza era quella.
23:17.
Ma erano le 12:34.
Non poteva essere.
Prese la radio tra le mani.
Il segnale era debole, molto più debole rispetto a casa, ma era lo stesso.
Stessi impulsi.
Stessa sequenza.
Mario sentì un brivido lungo la schiena.
Il segnale non arrivava soltanto da quella montagna.
Sembrava quasi che quella montagna fosse il punto di origine.
Continuò a camminare.
Dopo circa mezz'ora trovò qualcosa che non si aspettava.
Tra gli alberi comparivano resti di vecchie strutture in cemento. Non erano case, ma sembravano vecchi edifici tecnici, forse strutture militari abbandonate.
Mario si avvicinò.
La vegetazione aveva ricoperto quasi tutto. Una porta metallica arrugginita era nascosta dietro alcuni cespugli. Sul muro vicino c'era una vecchia targhetta ormai quasi illeggibile. Non riuscì a distinguere tutte le lettere, vide solo una sigla.
"VM-17".
Scattò alcune fotografie. Non sapeva perché, ma quella sigla gli sembrava familiare.
Poi tornò a concentrarsi sulla radio.
Il segnale era più forte.
Molto più forte.
Fece qualche passo verso la struttura e sentì qualcosa.
Un rumore.
Un ronzio basso.
Non proveniva dalla superficie. Sembrava arrivare dal terreno.
Mario rimase immobile. Per alcuni secondi non sentì altro, poi il rumore tornò.
Era come una vibrazione, come se sotto i suoi piedi ci fosse qualcosa in funzione.
La prima reazione fu quella di andarsene. Era arrivato fin lì per curiosità, non per entrare in una struttura sconosciuta.
Ma proprio mentre stava per voltarsi, la radio iniziò a trasmettere.
Questa volta il segnale era diverso.
Gli impulsi erano più veloci, più intensi.
Mario guardò il display.
La batteria della radio iniziò a scendere rapidamente, come se qualcosa stesse assorbendo energia.
Fece un passo indietro.
Poi notò un dettaglio.
La porta metallica che aveva visto prima non era completamente chiusa. C'era una piccola apertura, come se qualcuno l'avesse lasciata socchiusa.
Mario rimase fermo. Il buon senso gli diceva di andarsene, ma la curiosità che lo aveva portato fin lì era più forte.
Aprì lentamente la porta.
Dietro non trovò una stanza.
Trovò una scala.
Una scala che scendeva nel buio.
Mario accese la torcia.
Le pareti erano in cemento armato. Non sembravano appartenere a una vecchia struttura abbandonata: erano troppo solide, troppo curate.
Scese alcuni gradini.
Poi altri.
Il rumore aumentava.
Dopo circa venti metri arrivò a un corridoio.
La cosa che lo colpì maggiormente fu una.
Non c'era polvere.
Non c'erano ragnatele.
Non sembrava un luogo dimenticato.
Sembrava ancora utilizzato.
Sulle pareti c'erano cavi, luci molto deboli e pannelli.
Mario avanzò lentamente.
Ogni passo rimbombava nel corridoio.
Poi vide qualcosa che gli fece fermare il respiro.
Su una parete c'era una scritta. Non era in italiano, non era inglese e non apparteneva a nessuna lingua che conosceva.
Erano simboli.
Forme geometriche.
Linee e cerchi.
Ma sotto quei simboli qualcuno aveva aggiunto una traduzione.
Una sola parola.
"ORIGINE".
Mario tirò fuori il telefono e provò a scattare una fotografia, ma lo schermo si spense. Batteria completamente scarica, anche se pochi minuti prima era quasi piena.
La radio invece continuava a funzionare e il segnale sembrava provenire da più avanti.
Mario non voleva continuare. Lo sentiva, qualcosa gli diceva che stava superando un limite.
Ma ormai era troppo tardi.
Era entrato.
Doveva sapere.
Dopo altri cinquanta metri il corridoio terminò davanti a una grande porta. Non aveva maniglie né un sistema visibile per aprirla.
Mario rimase fermo a osservarla.
Poi il segnale della radio cambiò.
Gli impulsi si interruppero.
Per la prima volta dopo giorni arrivò qualcosa di diverso.
Un suono.
Un'interferenza indistinta.
Poi una voce.
Debole.
Distorta.
Mario rimase immobile.
Non poteva essere.
Non era possibile.
La voce pronunciò una sola parola.
Il suo nome.
"Mario."
La radio quasi gli scivolò dalle mani. Fece un passo indietro.
"Chi siete?"
La domanda uscì dalla sua bocca senza che quasi se ne rendesse conto.
Nessuna risposta.
Solo silenzio.
Poi la porta davanti a lui iniziò ad aprirsi, non scorrendo, non aprendosi verso l'interno, semplicemente sparendo, come se una parte della parete fosse diventata trasparente.
Dietro c'era una stanza enorme, molto più grande di quanto la struttura esterna potesse contenere.
Mario entrò lentamente.
La prima cosa che vide furono delle luci.
La seconda furono delle forme.
Oggetti.
Strutture.
Macchine che non riusciva a identificare.
Al centro della sala c'era qualcosa coperto da una superficie scura. Sembrava un velivolo, ma non assomigliava a nessun aereo costruito dall'uomo. Non aveva ali, non aveva motori visibili. Era perfettamente liscio, come se fosse stato creato da un unico pezzo di materiale.
Mario rimase senza parole.
Tutto quello che aveva sempre letto nei racconti, nelle testimonianze e nei documentari sembrava improvvisamente davanti ai suoi occhi.
Ma c'era una cosa che lo terrorizzava ancora di più.
La sala non sembrava un museo, ma un laboratorio. Qualcuno stava studiando quella cosa, o forse la stava utilizzando.
Fece un altro passo, poi sentì un rumore alle sue spalle. Si voltò, ma il corridoio era vuoto. Quando provò a tornare indietro si accorse che la porta era chiusa.
Era bloccato.
La radio iniziò di nuovo a trasmettere. Questa volta non erano impulsi, ma una sequenza lunga, simile a una registrazione.
Mario si sedette a terra.
Non seppe mai quanto tempo fosse passato. Minuti, forse ore. Aveva perso completamente la percezione del tempo. Ricordava soltanto luci, suoni e sensazioni confuse: una pressione nella testa, una luce intensa, poi il nulla.
Quando riaprì gli occhi era disteso in mezzo a un prato.
Il sole era alto e per alcuni secondi non riuscì a capire dove si trovasse. Cercò la radio: era accanto a lui. Lo zaino era ancora lì e tutto sembrava normale.
Si mise seduto. Aveva la bocca completamente secca. Guardò intorno, ma non riconobbe il luogo. Quando provò ad alzarsi le gambe tremavano.
Fece alcuni passi, poi vide una strada.
Riuscì a raggiungerla dopo quasi un'ora. Un automobilista si fermò.
"Sta bene?"
Mario cercò di parlare. La sua voce era debole.
"Che giorno è?"
L'uomo lo guardò stranito.
"Martedì."
Mario rimase immobile.
Non poteva essere.
Era partito la domenica mattina.
Domenica.
Per lui erano passate soltanto poche ore, forse anche meno.
Quando arrivarono i soccorsi era confuso, ma cosciente. La notizia della sua scomparsa aveva già fatto il giro della zona: la sua famiglia lo cercava da tre giorni.
La polizia aveva trovato la sua auto vicino alla montagna, lo zaino di riserva e alcune tracce, ma nessuna traccia di lui.
Il suo ritorno sembrò un miracolo.
Le domande però iniziarono subito.
Dove era stato?
Come aveva fatto a percorrere una distanza simile?
Perché non aveva riportato ferite?
E soprattutto, perché la sua radio registrava qualcosa che nessuno riusciva a spiegare?
Mario inizialmente raccontò poco. Aveva paura che nessuno gli credesse, che pensassero fosse impazzito.
Ma c'era una cosa che non riusciva a spiegare nemmeno a se stesso.
Ogni notte, da quando era tornato, alle 23:17 la sua radio si accendeva e trasmetteva la stessa sequenza.
Solo che ora c'era qualcosa in più.
Una voce.
Una voce che prima non esisteva.
Mario passò giorni ad analizzare le registrazioni. Rallentò il segnale, lo filtrò, eliminò il rumore, finché una sera riuscì a isolare una parte della trasmissione.
La voce era quasi impercettibile.
Ma era lì.
Mario ascoltò più volte.
Poi rimase immobile.
Perché quella voce non stava chiamando lui.
Stava rispondendo a qualcosa.
A qualcosa che aveva trasmesso prima.
A qualcosa che proveniva dalla Terra.
L'ultima registrazione fatta da Mario prima di chiudere definitivamente la sua stazione radio conteneva soltanto una frase.
Una frase che nessuno riuscì mai a spiegare.
"Il segnale non arrivava da loro."
"Il segnale era un avvertimento."