
Ecco una nuova e fantastica iniziativa Silverland
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Adesso c'è Silverland story, inventa una storia con tutti i dettagli e i personaggi che vuoi, collocala nel periodo che più ti piace e scrivi senza limiti, Silverland penserà al resto.
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Non perdere altro tempo, Silverland story ti aspetta!

Era una sera come tante altre nella periferia di Parhump Creek e Richard, stava sorseggiando una tazza di tè sotto il portico di casa sua, cosa che faceva tutte volte che voleva rilassarsi un po'. Marta, la moglie di Richard, stava effettuando le ultime pulizie di casa prima di andare a dormire, questo, perché il giorno dopo sarebbe stata una giornata lunga e faticosa, per cui, voleva portarsi avanti con alcuni lavori domestici che avrebbe dovuto fare il giorno dopo.
"Richard entra in casa s'è fatto tardi! Dai andiamo a letto che domani avremo un sacco di cose da fare" disse Marta affacciandosi alla finestra.
"Ancora qualche minuto" rispose Richard, che, in quel momento, era immerso nei suoi pensieri scrutando il cielo e accarezzando Billy, il suo piccolo bastardino dal pelo beige.
Durante questa pausa riflessiva, lo sguardo di Richard venne catturato dal passaggio di un corpo luminoso che attraversò tutta la linea dell'orizzonte per poi scomparire dietro i monti non molto
distanti da casa sua. "Dai vieni a dormire" tornò a dire Marta, "arrivo, arrivo" rispose Richard salutando con una carezza Billy che, in quel momento, era coricato al suo
fianco.
"Eccomi, perché tutta questa fretta?" domandò Richard,
"sei sempre il solito brontolone" ribatté nuovamente Marta "guarda che lo dico per te, domani ti devi alzare alle 7", " sì, si va bene " rispose Richard.
Una volta a letto, i 2 si salutarono affettuosamente scambiandosi un bacio "buona notte Marta", "buona notte Richard". Il giorno dopo, Marta si alzò prima di Richard e dopo essersi data
una bella rinfrescata al viso, mise il caffè sul fornello, accendendo anche la sua vecchia radio che teneva sulla credenza per ascoltare il notiziario locale, operazione che Marta faceva tutte le
mattine. C'era un buon profumo di caffè che aleggiava per tutta la stanza, il sole cominciava a filtrare dalle finestre e Richard era puntualmente in ritardo, "Richard alzati o facciamo
tardi, te l'avevo detto di andare a letto presto, non mi ascolti mai" disse Marta.
Dopo qualche minuto, Richard si affacciò alla porta con la faccia ancora piena di sonno, "buongiorno Marta, mmm che buon profumo di caffè, posso averne una tazza?".
"Certo, certo, te lo preparo subito, dormiglione!!".
In quello stesso istante però, il radiocronista interruppe bruscamente il normale corso di programmazione musicale per dare una notizia dell'ultimo minuto:
"Interrompiamo le trasmissioni per comunicarvi una notizia dell'ultimo minuto, questa notte, sul versante ovest di Death Valley c'è stata una violenta esplosione, di
cui non si conoscono ancora le cause. Tutte le unità di soccorso e la polizia stanno convergendo sul posto per verificare quanto è accaduto. La statale 56 verrà momentaneamente interrotta per
lasciar passare liberamente i mezzi di soccorso. Viene pertanto vietato il transito a tutti i veicoli.
Al momento non conosciamo le dinamiche dell'incidente, ma vi terremo aggiornati con la prossima edizione".
"Richard hai sentito?"
"Si! che strano, stanotte non mi sono accorto di nulla e nemmeno Billy ha abbaiato, mmm... adesso che ci penso però, ieri sera, prima di andare a dormire vidi una luce andare
proprio in quella direzione".
"Ma come una luce?" esclamò Marta
"Sì, un attimo prima di andare a dormire vidi una luce proprio sopra Death Valley"
"E non hai detto niente???"
"Ma tesoro, era solo una stella cadente, cosa avrei dovuto dire?"
"Lasciamo perdere, me lo racconterai più tardi, andiamo che siamo già in ritardo" rispose nuovamente Marta, i 2 poi salirono in macchina e si avviarono verso Parhump Creek.
Una volta arrivati, Marta scese subito dall'auto e si mise in fila alla posta.
In attesa del suo turno, ella non poté fare a meno di sentire da una donna che stava nella fila di fianco alla sua, che era in compagnia di un'altra persona, che il marito, uno dei pompieri
intervenuti sul luogo dell'incidente, le aveva riferito alcune cose strane.
Cosi, Marta si avvicinò per sentire meglio e udì testuali parole:
"mio marito era sul posto e mi ha detto che c'erano 2 corpi carbonizzati"
"Che cosa?? Carbonizzati??" disse l'altra persona in compagnia della moglie del pompiere.
"Zitta! Parla piano" disse la moglie del pompiere.
Marta rimase sbalordita dalla notizia appena udita, sbalordita a tal punto da non sentire la chiamata del suo numero.
"51..., ... 51 di chi è il numero 51?"
Dopo qualche istante..."Signora è il suo" disse una signora che stava dietro Marta "Ops mi scusi ero sopra pensiero " " eccomi, sono io il 51!".
Successivamente, Marta uscì dalla posta e, dopo aver effettuato tutte le altre commissioni, risalì in macchina con Richard per tornare a casa.
Strada facendo, Marta ruppe il silenzio, forse inquietata dalle parole di quella donna, al che, si girò verso Richard e disse:
"sai Richard, mentre ero in coda alla posta, una signora di fianco a me stava parlando dell'incidente di questa notte con un'altra persona e le ho sentito dire che in quell'incidente hanno
trovato 2 corpi bruciati"
"Che cosa???? " disse Richard
Per un attimo, anch'egli fu sbigottito dalla notizia, in fondo, a Parhump Creek non succede mai nulla e questa notizia spiazzò letteralmente Richard.
Lì per lì Richard tacque, ma qualche istante dopo bloccò Marta chiedendole:
"siamo a 2 Km dal bivio per Death Valley, ci andiamo? Voglio capire che cosa sta succedendo"
Senza esitare un solo secondo Marta rispose: "Si!"
Così, all'altezza del bivio, i 2 coniugi svoltarono proseguendo in direzione dell'incidente.
Dopo circa 5 Miglia dal bivio, Marta e Richard cominciarono a intravedere delle sagome che sbarravano la strada, Marta si girò di scatto verso Richard dicendo:
"Un posto di blocco? Ma che sta succedendo?"
E dopo qualche attimo, quelle che inizialmente erano solo sagome prendevano sempre più forma in agenti di Polizia.
Richard si fermò al posto di blocco e disse: "buon giorno agente, che succede?",
"mi dispiace, ma deve tornare indietro, la strada è bloccata e non si può proseguire" rispose l'agente.
"Ma io abito qui vicino, so che c'è stato un incidente, perché non posso proseguire?
Forse qualcuno s'è fatto male?" disse Richard con Marta al suo fianco più sbalordita di lui.
"Mi dispiace, ma non posso dirle altro, deve tornare indietro" rispose nuovamente l'agente.
"Dai Richard, andiamo via" disse Marta, "va bene, va bene ce ne andiamo" rispose tutto seccato Richard salutando con un cenno della mano l'agente, poi ingranò la retro e fece
marcia indietro allontanandosi dal posto di blocco.
Una volta tornati a casa, Richard non disse una parola, mentre Marta brontolò ancora per qualche minuto per poi tacere anche lei, a quel punto, Richard accennò alla moglie di dover andare
nel capanno degli attrezzi per prendere delle cose e, dopo qualche istante, uscì dalla sala da pranzo. Richard in realtà era pensieroso, stava rimuginando, si poneva delle domande che non
trovavano risposta su cosa poteva aver causato l'esplosione e al rifiuto degli agenti che gli avevano negato l'accesso al sito dell'incidente.
Avanti e indietro, avanti e indietro nervosamente, Richard non riusciva a darsi pace e continuava a camminare avanti e indietro all'interno del capanno, pensando e ripensando copiosamente a quale
poteva essere la risposta al suo quesito, quando, ad un certo punto, Richard si fermò...
..."Si! Ma certo, come ho fatto a non pensarci prima???" disse Richard ad alta voce, egli si era ricordato che per andare sul luogo dell'esplosione c'era anche un'altra strada, una
vecchia scorciatoia di montagna realizzata dai minatori negli anni 50 che passava esattamente dalla parte opposta.
Colpito da questo lampo di genio, Richard decise di tornare in casa e, senza accennare nulla a Marta le chiese: "Amore a che ora si mangia?" e Marta rispose: "tra una
mezz'oretta" "ah bene c'ho una fame da lupi, dopo pranzo dovrei andare un attimo in paese a prendere dei chiodi per aggiustare il capanno".
"Ti è già passato il nervoso ?" chiese Marta, "si si, ma che me ne frega dell'esplosione, ho altre cose a cui pensare" rispose Richard.
Successivamente, Marta e Richard consumarono il loro pasto e, qualche minuto dopo il caffè Richard informò Marta che stava per andare in paese, cosa che le aveva già accennato in precedenza,
"non fare tardi" disse Marta, "non ti preoccupare, farò in un lampo" e uscì dalla porta sorridendo. Inizialmente Richard ripercorse la stessa strada fatta con Marta qualche ora
prima, questo perché, dalla casa dei coniugi c'era un'ottima visuale e si vedeva un lungo pezzo di strada, per cui, Richard non voleva far preoccupare Marta e, al tempo stesso, non voleva fargli
sapere dove stava andando, così, fece il giro più lungo.
Giunto dalla parte opposta della montagna e dopo aver controllato bene che non ci fosse nessuno nei paraggi, egli nascose la macchina dietro dei cespugli, poi si fermò nuovamente per valutare
bene il percorso da intraprendere e cominciò a salire lungo il costone.
Durante la salita, egli si rese conto che il costone che stava percorrendo non gli era del tutto sconosciuto e che, quella non era una montagna, ma, bensì, un vecchio cratere nato dall'impatto
con un meteorite qualche milione di anni fa.
Questo cratere, era stato reso noto a Richard dal padre Jonathan, che lo aveva portato a scalarlo in diverse occasioni quando lui era piccolo.
In quelle arrampicate con il padre e, solo dopo aver raggiunto la cima, Jonathan regalava sempre al figlio una fantastica e misteriosa storia di altri mondi, accompagnata sempre da una moneta di
cioccolato, questo, per dare a entrambi il tempo di riprendere fiato.
Questi racconti facevano letteralmente strabuzzare gli occhi a Richard.
Infatti, dopo ogni discesa, egli ripeteva in continuazione e per tutta la discesa dal cratere: "papà, papà, quando torniamo?"
"Presto figliolo, presto, ti è piaciuto vero?."
"si, molto e non vedo l'ora di tornarci per sentire un'altra storia"
Purtroppo però, il padre di Richard si ammalò improvvisamente e morì qualche anno dopo, togliendo cosi la possibilità a Richard di sentire altre fantastiche storie in compagnia di suo padre in
cima a quel cratere.
Il momento dei ricordi era lontano e Richard era adulto ormai, oggi, non si trovava in quel luogo per ascoltare un'altra fantastica storia, ma, bensì, per scoprire cosa si celava all'interno del
cratere e che cosa era successo.
Che motivo avevano gli agenti di bloccargli la strada?
Cosa stavano nascondendo?
Possibile che un semplice incidente necessitasse di un tale spiegamento di uomini e mezzi?
Queste e altre domande continuavano a fare capitombolo nella testa di Richard, ma, il momento della verità era quasi giunto, ancora pochi metri, ed egli sarebbe stato sul bordo del cratere e
avrebbe avuto la risposta che stava cercando.
Giunto finalmente in cima, Richard ebbe modo di vedere cosa si celava all'interno del cratere.
Richard non credette ai propri occhi: "Misericordia !!!" esclamò Richard "è un disco volante".
Quasi paralizzato dall'incredulità, dallo stupore e anche da una certa paura che gli percorreva tutta la schiena, Richard si sedette sopra di un masso ad ammirare quell'enorme disco volante
argenteo che si era schiantato proprio all'interno del cratere.
In quei momenti di assoluto stupore e di riflessione, Richard ripercorse in una frazione di secondo tutti i racconti del padre e, si rese conto, che alcuni di essi non erano solo dei racconti e
che forse, suo padre sapeva molto di più di quello che raccontava al figlio sotto forma di storia.
"Papà ora ho capito, non siamo soli !".
FINE

Luglio era ormai nel pieno della sua stagione e il caldo della città era diventato quasi insopportabile. Per questo motivo, Marco e Laura decisero di trascorrere qualche giorno di vacanza in una piccola casa affacciata sul Lago Silente, una tranquilla località immersa nel verde e lontana dal traffico cittadino.
Con loro c’erano i tre figli: Andrea, quindici anni, Luca, dodici, e Sara, tredici anni.
La casa si trovava sopra un piccolo promontorio roccioso e dal piano superiore era possibile vedere gran parte del lago, distante circa cinquecento metri.
Il panorama era magnifico: durante il giorno il sole faceva brillare l’acqua come uno specchio d’argento, mentre la sera il lago diventava scuro e misterioso.
I primi giorni trascorsero serenamente. I ragazzi passavano il tempo tra passeggiate, bagni e giochi all’aria aperta. La prima sera, dopo cena, la famiglia si trattenne in giardino fino a tardi. Quando l’orologio segnò quasi le undici, Laura ordinò ai ragazzi di andare a dormire.
«Domani ci aspetta una giornata lunga», disse sorridendo.
I ragazzi protestarono per qualche minuto, ma finirono per obbedire.
Sara occupava una stanza tutta per sé al piano superiore.
Prima di coricarsi si avvicinò alla finestra per osservare il lago illuminato dalla luna.
Fu allora che vide qualcosa.
In lontananza, quasi al centro dello specchio d’acqua, c’era una luce gialla.
Non era molto grande: sembrava una sfera luminosa sospesa a pochi centimetri dalla superficie. Sara rimase immobile. La luce restò ferma per alcuni secondi, poi, si abbassò lentamente fino a scomparire nell’acqua. La bambina sbatté gli occhi più volte e pensò di aver immaginato tutto. Alla fine chiuse la finestra e andò a dormire.
Il mattino seguente raccontò l’accaduto durante la colazione.
«Ho visto una luce gialla sul lago.»
Andrea sorrise.
«Sarà stata una barca.»
«Non c’erano barche.»
«Allora una stella.»
«Era sull’acqua.»
Marco bevve un sorso di caffè...
...«Sara, probabilmente eri stanca.»
Laura annuì e la discussione terminò lì. Quella sera, però, accadde qualcosa di inatteso.
Andrea e Luca si trovavano nella loro stanza, stavano chiacchierando prima di addormentarsi quando Luca si avvicinò alla finestra.
«Andrea…»
«Cosa c’è?»
«Vieni qui.»
Andrea si alzò.
Sul lago brillava la stessa identica luce descritta da Sara:
una sfera gialla, perfettamente immobile e silenziosa.
Dopo qualche secondo si immerse nell’acqua, sparendo completamente.
I due fratelli rimasero senza parole.
La mattina seguente raccontarono tutto ai genitori.
«Anche noi l’abbiamo vista.»
Marco rise.
«Adesso vi siete messi d’accordo.»
«Papà, siamo seri.»
«Magari era un pescatore.»
«Era enorme.»
Laura cercò di cambiare argomento, ma i ragazzi continuarono a parlarne per tutta la giornata. Nel pomeriggio decisero di raggiungere il lago.
Percorsero il sentiero che scendeva dal promontorio e arrivarono nel punto in cui pensavano di aver visto la luce. Esaminarono la riva e camminarono per quasi due ore, ma non trovarono assolutamente nulla: nessuna traccia, nessun oggetto, nessun segno particolare.
Alla fine tornarono a casa delusi.
Nessuno di loro, però, poteva immaginare che da lì a breve il loro destino sarebbe stato stravolto. Quella stessa notte, infatti, si consumò l'evento che avrebbe ribaltato ogni certezza. La mattina seguente Laura salì al piano superiore per svegliare i ragazzi.
"Sveglia dormiglioni é ora di alzarsi".
Andrea e Luca erano nelle loro stanze, ma Sara no.
Il letto era vuoto, le coperte erano sistemate e la finestra era aperta.
«Sara?» chiamò Laura...
...Nessuna risposta.
Nel giro di pochi istanti, tutti si mobilitarono per cercare la piccola. La ricerca cominciò dentro casa, si estese rapidamente al giardino e ai sentieri vicini, fino a spingersi, con crescente angoscia, verso il lago. Di Sara nessuna traccia.
Passarono le ore. Marco chiamò la polizia, i volontari iniziarono le ricerche e l’intera zona venne perlustrata. Ma la bambina sembrava essere sparita nel nulla.
Andrea e Luca erano sconvolti. Continuavano a ripensare alla strana luce e, più passava il tempo, più erano convinti che le due cose fossero collegate.
Arrivò la sera. Poi la notte e Sara non era ancora stata trovata.
Incapace di prendere sonno, Andrea passò le prime ore della notte a fissare il soffitto.
Verso le due del mattino si riscosse e si affacciò alla finestra.
Un istante dopo, lo stupore gli fece spalancare gli occhi. La luce era tornata.
«LUCAAAA!»
La sfera gialla era nuovamente sul lago, più luminosa che mai.
Questa volta, però, stava avanzando lentamente verso la riva.
I due ragazzi si precipitarono fuori casa e corsero a perdifiato lungo il sentiero. Nell'altra stanza, Marco e Laura sentirono quel forte trambusto di passi che scendevano precipitosamente le scale; allarmati, i genitori scattarono in piedi e si lanciarono anche loro nell'oscurità, inseguendo i figli verso la luce.
La folle corsa della famiglia si arrestò di colpo davanti allo spettacolo che si presentava ai loro occhi. Fluttuando a pochissimi metri dalla riva del lago, sospesa nell'oscurità, c'era una sfera perfetta dal diametro di circa due metri.
La sua superficie non sembrava solida, ma composta da una materia viva di pura luce, che pulsava vibrando nel silenzio della notte e proiettava bagliori distorti sull'acqua immobile.
Rimasti senza fiato, i quattro non fecero in tempo a comprendere cosa stessero guardando quando, all'improvviso, accadde qualcosa di totalmente incredibile e fuori da ogni logica.
Proprio nel cuore di quel bagliore accecante, la superficie della sfera iniziò a incresparsi come acqua, per poi aprirsi lentamente. Da quel varco di luce pura prese forma e si delineò una silhouette minuscola, alta poco più di un metro, che avanzò con passi leggeri e quasi fluttuanti. Quando emerse del tutto, i presenti trattennero il respiro: la creatura mostrava un corpo incredibilmente sottile, quasi fragile, dominato da due occhi enormi, profondi e scuri come una notte senza stelle. Nonostante la situazione surreale, la sua presenza non emanava alcuna ostilità; al contrario, un'inspiegabile sensazione di calma e pace sembrò propagarsi intorno a lei, scacciando ogni intenzione minacciosa.
Dietro alla prima creatura, la luce si increspò di nuovo e, dal nulla, presero forma altre due sagome identiche, che si disposero ai suoi lati come guardiani silenziosi.
Sulla riva del lago il tempo sembrò congelarsi: l'aria divenne densa, pesante, e un blocco di ghiaccio strinse il petto della famiglia. Nessuno riusciva a emettere un suono, nessuno riusciva a muovere un solo muscolo, paralizzati da un misto di terrore primordiale e totale meraviglia. Poi, l'essere al centro spezzò l'immobilità.
Fece un passo in avanti, lento e solenne, sollevò un braccio esile e indicò il cuore pulsante della sfera dietro di sé. Sotto i loro occhi sbarrati, il muro di luce pura si aprì un'ultima volta, lasciando scivolare fuori una quarta figura che avanzava avvolta nei riflessi dorati.
Quando i contorni di quella sagoma si fecero nitidi, il silenzio della notte fu squarciato da un urlo disperato che sembrava nascere direttamente dall'anima: «Sara!»
Quel nome esplose nell'oscurità all'unisono, un unico grido straziante e liberatorio che uscì contemporaneamente dalle gole di Marco, Laura e dei ragazzi, spezzando finalmente la loro paralisi. Ma non ci fu pianto, né terrore nei passi della piccola.
Mentre avanzava uscendo dal cuore della sfera, Sara non sembrava affatto la bambina scomparsa che tutta la famiglia cercava disperatamente tra i boschi.
Non era spaventata, non piangeva, e i suoi vestiti erano incredibilmente intonsi.
Sul suo viso dipinto di luce c'era una calma irreale, un sorriso sereno e profondo, quasi camminasse sospesa in un sogno bellissimo. Guardò i genitori e i fratelli con occhi limpidi e rilassati, come se non fosse mai stata in pericolo, come se quel guscio di luce fosse stato il posto più sicuro dell'universo.
La bambina corse immediatamente verso la famiglia.
Laura la strinse tra le braccia scoppiando a piangere.
«Stai bene? Ti hanno fatto male?»
Sara scosse la testa.
«No mamma.»
«Dove sei stata?»
La bambina guardò le creature.
«Ero con loro.»
Marco rimase senza parole.
«Cosa significa?»
Sara esitò.
«Mi hanno portata in un posto pieno di luce.»
«Ti hanno rapita?»
«No.»
«Allora perché?»
La bambina osservò nuovamente gli esseri.
«Volevano parlarmi.»
«Parlarti di cosa?»
Sara sembrava confusa.
«Non lo so spiegare.»
Le creature si voltarono verso il lago. Una di esse osservò per un istante i tre ragazzi, poi alzò lentamente una mano in segno di saluto. Sara fece lo stesso.
Subito dopo gli esseri rientrarono nella sfera.
La luce iniziò a brillare sempre più intensamente.
Per qualche secondo rimase immobile, poi si sollevò dall’acqua.
Dieci metri, venti metri, cinquanta metri... in assoluto silenzio.
Andrea, Luca e Sara la seguirono con lo sguardo.
La sfera accelerò improvvisamente e attraversò il cielo notturno lasciando dietro di sé una lunga scia dorata. Poi diventò sempre più piccola, sempre più lontana, fino a scomparire completamente tra le stelle. Per alcuni minuti nessuno disse una parola.
Il lago tornò silenzioso, come se nulla fosse mai accaduto.
A distanza di anni, il tempo non ha scalfito nemmeno un dettaglio della memoria di Andrea, Luca e Sara. Quella notte è rimasta impressa nelle loro anime come una ferita di luce pura.
Non hanno mai scoperto l'origine di quelle creature, né il motivo per cui, tra miliardi di anime, avessero scelto proprio la piccola Sara come custode del loro segreto.
Eppure, c'è un legame invisibile che ancora oggi unisce i tre fratelli, una certezza assoluta che condividono senza bisogno di parlare. Poco prima che la sfera si sollevasse, evaporando nel tessuto del cielo stellato, il silenzio della notte non fu rotto da un suono, ma da un brivido telepatico. Una voce sconosciuta, calda e immensa, risuonò all'unisono nei loro pensieri, lasciando un'impronta indelebile che li accompagna in ogni giorno della loro vita adulta.
Una promessa sospesa nel tempo, racchiusa in poche, semplici parole:
«Torneremo quando sarete pronti.»
FINE

L’Oceano Indiano, quando decide di farsi calmo, si trasforma in una distesa di velluto nero capace di inghiottire qualsiasi pensiero. Le isole Maldive, viste dal ponte di comando della Princess of the Seas, non erano che piccolissimi frammenti di terra emersa, ombre silenziose circondate da barriere coralline invisibili nell’oscurità.
Erano circa le tre e un quarto del mattino del 14 Novembre.
La nave da crociera, un colosso da centoquarantamila tonnellate di stazza lorda, scivolava a dodici nodi in direzione dell’atollo di Malé Sud. A bordo, quasi tremila passeggeri dormivano sonni tranquilli nelle loro cabine condizionate, cullati dal ronzio impercettibile dei motori diesel-elettrici. Sul ponte di comando, avvolto dalla penombra illuminata solo dal bagliore soffuso degli schermi radar, il secondo ufficiale di coperta Davide Moretti stava completando la sua guardia. Trentaquattro anni, una carriera solida e una passione viscerale per la navigazione astronomica, Davide amava quelle ore notturne.
C’era una purezza antica nel guidare una nave nel buio profondo, interrotta soltanto dal controllo routinario dei sistemi di bordo. Al suo fianco, il timoniere di guardia, un marinaio filippino di nome Jayson, fissava l'orizzonte piatto con gli occhi socchiusi per la stanchezza.
Tutto era perfettamente normale. Fino a quando il radar ARPA della Raytheon non emise un singolo, acuto segnale acustico "BEEEEEP, BEEEEEP"...
Davide si sporse verso la console. Sullo schermo a fondo nero, un tracciato verde indicava un bersaglio insolito. Non si trovava sulla superficie dell'acqua, ma a una quota stimata di circa tremila piedi, in rapida discesa. La velocità di avvicinamento calcolata dal computer di bordo era assurda. Nessun velivolo commerciale aveva l'autorizzazione a sorvolare quell'area a quella velocità e a quell'ora della notte.
«Jayson, controlla visivamente a dritta, rilevamento zero-quattro-zero,» ordinò Davide, mantenendo la voce calma ma ferma. «Abbiamo qualcosa in cielo.»
Davide afferrò il binocolo marino stabilizzato e si diresse verso l’ala esterna del ponte di comando. L’aria tropicale, calda e umida, lo investì immediatamente.
Puntò le lenti verso la porzione di cielo indicata dal radar, aspettandosi di vedere le luci di posizione rosse e verdi di un aereo militare o di un jet privato fuori rotta.
Ciò che vide lo lasciò senza fiato.
Non c’era alcun lampeggiante di navigazione. A poche miglia dalla nave, sospeso esattamente sopra un atollo disabitato, fluttuava un oggetto di dimensioni monumentali.
La forma ricordava quella di un disco schiacciato o di una lente ellittica, ma ciò che destabilizzò Davide fu la sua totale assenza di consistenza metallica visibile.
La struttura sembrava fatta di un materiale scuro, opaco, che pareva quasi assorbire la debole luce stellare. Lungo la circonferenza inferiore, tuttavia, pulsava una striscia continua di luce azzurra e violetta, così vivida da riflettersi sulle acque cristalline della laguna sottostante, illuminando l'atollo come se fosse giorno.
«Signore…» la voce di Jayson giunse dall’interno della plancia, incrinata dal panico. «Il radar... il radar non lo vede più. È sparito dal tracciato. Ma è ancora là fuori!»
Prima che Davide potesse rispondere, la console del timone ebbe un sussulto.
Gli schermi a cristalli liquidi della plancia iniziarono a sfarfallare violentemente, le spie verdi del sistema di posizionamento globale (GPS) divennero rosse, segnalando la totale perdita del segnale satellitare. Poi, con un gemito metallico che sembrò salire dalle viscere della nave, le luci principali del ponte si spensero, lasciando la plancia immersa nel buio profondo.
Anche la propulsione subì un calo drammatico: il ronzio costante dei motori si affievolì fino a diventare un rantolo. La Princess of the Seas stava perdendo potenza e i sistemi di emergenza faticavano a entrare in funzione.
Incurante delle procedure di sicurezza, Davide rimase sul ponte esterno, lo sguardo calamitato dall'anomalia. L’oggetto non emetteva alcun suono.
Nessun rombo di turbina, nessun sibilo d'aria. Un silenzio innaturale e opprimente era calato sull'oceano.
Il blackout parziale, tuttavia, non aveva colpito solo la plancia. Ai ponti superiori della nave, dove alcuni passeggeri insonni passeggiavano o si godevano la brezza notturna, l'improvviso spegnimento delle luci decorative e il riverbero azzurro proveniente dall'orizzonte avevano attirato l'attenzione di decine di persone. Nel giro di pochi minuti, i ponti undici e dodici si riempirono di passeggeri in pigiama e abiti da sera. Cellulari e macchine fotografiche vennero puntati verso l'atollo, ma gli schermi dei dispositivi digitali mostravano solo righe statiche e schermate nere. L'immensa forza elettromagnetica sprigionata dall'oggetto stava friggendo ogni circuito integrato a corto raggio.
«Cosa diavolo è quella cosa?» gridò qualcuno dal ponte superiore.
Il panico stava iniziando a diffondersi tra la folla come un contagio silenzioso.
Improvvisamente, l’oggetto si mosse. Senza alcuna accelerazione graduale, passò dall'immobilità assoluta a una velocità strabiliante, spostandosi di poche miglia verso il largo e posizionandosi esattamente sopra la verticale della nave. Davide sentì i peli delle braccia drizzarsi: l'aria intorno a loro si era riempita di elettricità statica e un vago odore di ozono bruciato penetrò nelle sue narici. Da quella distanza, l'UFO appariva gigantesco, ampio quanto tre campi da calcio messi insieme. La striscia luminosa azzurra cambiò frequenza, diventando di un bianco accecante che penetrava attraverso le finestre della plancia e illuminava a giorno i ponti della nave.
Fu in quel momento di massima vulnerabilità che il silenzio dell’oceano venne squarciato da un tuono artificiale.
Da nord, a bassissima quota, due ombre sfrecciarono nel cielo notturno a velocità supersonica, lasciando dietro di sé una scia di calore che fece vibrare l'aria. Il boato sonico fece tremare le vetrate della Princess of the Seas. Davide riconobbe immediatamente la silhouette inconfondibile di due caccia militari F-15, privi di qualsiasi insegna identificativa visibile sotto la luce spettrale dell'UFO.
I jet militari non erano lì per pattugliare; erano in assetto da combattimento. Compirono una virata strettissima a ridosso della nave, i loro postbruciatori accesi che brillavano di un arancione rabbioso nell'oscurità.
I piloti militari iniziarono a girare intorno all'immenso disco, stringendo il cerchio in una manovra di intercettazione da manuale. Per alcuni secondi, testimoni civili e militari si ritrovarono intrappolati nello stesso assurdo frammento di tempo. Davide poté chiaramente distinguere uno dei caccia virare sul fianco, esponendo il ventre carico di missili aria-aria.
La risposta dell'oggetto non fu violenta, ma geometrica ed elegante nella sua superiorità tecnologica.
Mentre i due F-15 si lanciavano in un attacco simulato o forse in un disperato tentativo di ingaggio, l'UFO inclinò il proprio asse di circa quarantacinque gradi. La luce bianca si concentrò in un singolo punto al centro del disco, che emise un lampo silenzioso. Non un raggio distruttivo, ma un impulso di energia pura. I motori dei due caccia militari ebbero un sussulto visibile; le fiamme dei postbruciatori si spensero di colpo, costringendo i piloti a una picchiata d'emergenza nel vuoto per tentare di riavviare i sistemi di volo in caduta libera.
Un istante dopo, prima che i caccia potessero impattare con l'acqua o riprendere il controllo, la grande lente scura scattò verso l'alto. Non ci fu rumore, solo uno spostamento d'aria minimo che generò una leggera increspatura sulla superficie del mare. L'oggetto coprì la distanza tra la superficie oceanica e lo spazio profondo in meno di tre secondi, riducendosi a un punto luminoso prima di svanire completamente tra le costellazioni dell'emisfero australe.
Non appena l'UFO scomparve, la realtà riprese il suo corso regolare con una violenza disorientante.
I motori della Princess of the Seas ruggirono nuovamente a pieno regime, le luci della plancia e dei ponti si riaccesero di colpo e i radar ripresero a tracciare lo spazio aereo circostante. In lontananza, i due F-15, i cui sistemi erano evidentemente tornati in funzione dopo la sparizione dell'anomalia, cabrarono bruscamente, allontanandosi verso nord a tutta velocità, scomparendo dietro la linea dell'orizzonte.
Sul ponte della nave regnava il caos. Centinaia di passeggeri urlavano, piangevano o cercavano disperatamente di far funzionare i propri telefoni per verificare se i video fossero stati registrati.
Davide, con il cuore che gli batteva nel petto come un tamburo, rientrò in plancia. Jayson era pallido, le mani ancora aggrappate alle leve del timone spento fino a pochi istanti prima.
«Niente registrazioni nei log, signore,» disse il marinaio con un filo di voce, indicando lo schermo del computer di bordo che si era appena resettato. «Il sistema mostra solo un errore di alimentazione alle ore 03:17. Nessun tracciato radar salvato. Nulla.»
Il Comandante della nave, allertato dal calo di potenza, arrivò in plancia meno di cinque minuti dopo, ancora in divisa da notte. Ascoltò il rapporto di Davide in silenzio, fissando l'orizzonte ora tornato completamente buio e immobile. Non disse una parola per un lungo minuto, poi ordinò di mantenere la rotta originaria e di non rilasciare alcuna dichiarazione ai passeggeri.
L’insabbiamento, tuttavia, iniziò formalmente solo tre ore più tardi, non appena la nave attraccò al molo di Malé.
Ad attendere la Princess of the Seas non c’erano le solite autorità portuali locali per le pratiche doganali di rito. Il molo era stato transennato da un cordone di uomini in uniformi bianche senza distintivi della guardia costiera maldiviana, affiancati da funzionari civili occidentali in abito scuro, nonostante il caldo soffocante dell'alba tropicale.
Il Comandante e Davide vennero fatti scendere per primi e condotti in un ufficio improvvisato all'interno del terminal passeggeri. Ad attenderli c’era un uomo dall'apparente nazionalità americana, che si presentò semplicemente come "Ispettore del Registro di Sicurezza Marittima".
«Signor Moretti,» esordì l'uomo, posando sul tavolo una cartella di plastica nera contenente i registri elettronici della nave, sequestrati direttamente dalla sala server della plancia. «Il vostro rapporto parla di un'avaria elettrica temporanea dovuta a un sovraccarico dei generatori ausiliari durante il passaggio vicino all'atollo di Malé Sud. È corretto?»
Davide lo fissò, incredulo.
«No, signore. C’era un oggetto non identificato. Centinaia di passeggeri lo hanno visto. C’erano due caccia militari che...»
L'uomo lo interruppe con un gesto lento della mano, senza scomporsi.
«I passeggeri hanno visto un raro fenomeno meteorologico noto come "fulmine globulare di grandi proporzioni", amplificato dal malfunzionamento dei generatori della vostra nave che ha creato un effetto di panico ottico. Per quanto riguarda i velivoli militari, si trattava di una programmata esercitazione anti-pirateria della marina indiana, perfettamente tracciata dai radar civili.»
L'ispettore tese a Davide un foglio di carta intestata. Era un accordo di non divulgazione vincolante, coperto da leggi sulla sicurezza internazionale e sul segreto militare.
«Se firma questo, la Princess of the Seas potrà riprendere la sua crociera entro mezzogiorno. I passeggeri riceveranno un rimborso parziale per il disagio tecnico del blackout e la compagnia non subirà ripercussioni assicurative. Se rifiuta, la nave rimarrà sotto sequestro cautelare per indagini tecniche avanzate per le prossime tre settimane. E la sua licenza di navigazione verrà sospesa a tempo indeterminato per negligenza professionale durante la guardia.»
Davide guardò il suo Comandante. Il vecchio marinaio strinse le labbra e accennò un leggero, amaro cenno del capo.
Non c’era scelta.
La macchina burocratica e militare aveva già deciso quale dovesse essere la realtà dei fatti.
Davide afferrò la penna e firmò.
I telefoni cellulari dei passeggeri vennero temporaneamente trattenuti al momento dello sbarco con il pretesto di un "controllo doganale standard per la sicurezza dei dati digitali". Quando vennero restituiti, tutti i file multimediali registrati tra le 03:00 e le 04:00 di quella notte erano stati cancellati da remoto tramite un impulso software mirato. Nei giorni successivi, i forum di ufologia e i social network videro la comparsa di alcune testimonianze scritte da parte dei turisti, ma l'assenza totale di prove video e le smentite categoriche del governo maldiviano e della compagnia di navigazione trasformarono presto quel ricordo in una delle tante leggende metropolitane da crociera.
Oggi, a distanza di dieci anni, Davide Moretti non naviga più. Ha lasciato la marina mercantile e vive in una piccola casa sulla costa adriatica. Ma ogni volta che il cielo si fa limpido e il mare diventa liscio e scuro come il velluto, i suoi pensieri tornano inevitabilmente a quelle acque tropicali.
Quella firma su un accordo di non divulgazione ha sigillato i documenti ufficiali, ma non ha potuto cancellare ciò che Davide e altre tremila persone hanno visto con i propri occhi in quel paradiso tropicale. La tecnologia dell'UFO ha sfidato la nostra fisica, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta e un brivido che accompagna Moretti ogni volta che guarda l'orizzonte.
Lassù, tra miliardi di galassie, una presenza invisibile mantiene gli occhi puntati sul nostro pianeta.
Chi è, dunque, che continua a osservare i nostri oceani?
Fine.

Luglio era appena iniziato quando Elena e suo marito Matteo decisero di concedersi una settimana di vacanza in Norvegia. Entrambi avevano trentacinque anni e da tempo sognavano di visitare i famosi fiordi. Dopo mesi di lavoro avevano prenotato un piccolo appartamento in un villaggio turistico immerso nella natura composto da una ventina di casette di legno distribuite lungo una splendida vallata, ove, a poche centinaia di metri iniziava un enorme bosco di pini altissimi che sembravano toccare il cielo.
Di giorno il paesaggio era spettacolare, le montagne si specchiavano nell'acqua cristallina e calma del fiordo mentre il silenzio era rotto soltanto dal vento e dal canto degli uccelli.
La prima giornata trascorse senza alcun problema, regalando alla coppia il tanto desiderato riposo. Dopo cena marito e moglie rientrarono nell'appartamento e andarono a dormire piuttosto presto, forse in previsione di fare un'escursione con le prime luci del giorno.
Nel cuore della notte Elena aprì gli occhi, fuori dalla finestra filtrava una debole luce biancastra e Elena pensò fosse la Luna; poi, un rumore.
Non era il vento, ma una vibrazione profonda, quasi un ronzio metallico proveniente dal bosco. Elena rimase in ascolto per qualche secondo, poi, si girò dall'altra parte e si riaddormentò. Il mattino seguente non diede alcuna importanza all'accaduto, in fondo, non era successo niente. Anche la seconda giornata trascorse serenamente tra passeggiate nella natura, foto ricordo e grandi chiacchierate. Passeggiarono lungo il fiordo visitarono alcuni piccoli villaggi tipici della zona per poi rientrare stanchi.
Quella notte però, quanto successo la sera prima, accadde di nuovo.
La stessa luce, lo stesso rumore, come se il nastro di un film di fosse riavvolto per riproporre la stessa scena. Questa volta, a differenza della prima, Elena ebbe come l'impressione che qualcuno si trovasse davanti alla finestra. Provò ad alzarsi, ma un'enorme sensazione di sonnolenza la costrinse a richiudere gli occhi. Il mattino seguente, fu Matteo ad accorgersi di qualcosa.
"Elena... cos'hai sulla schiena?"
Lei si voltò.
"Cosa intendi?"
"C'è uno strano segno."
Elena si posizionó davanti allo specchio e riuscì a vederlo.
Tra le scapole compariva una perfetta trama geometrica, sembrava l'impronta lasciata da una griglia metallica rovente identica alla rete che protegge il retro di un asciugacapelli.
Non provava dolore, la pelle non era infiammata, ma quello che appariva davanti al loro occhi aveva in tutto e per tutto la forma di un marchio, troppo preciso per essere casuale.
Elena cercò di ricordare se nei giorni appena trascorsi avesse appoggiato la schiena su qualche superficie particolare, ma non le venne in mente assolutamente nulla e non sapendo che da lí a poco strani episodi si sarebbero manifestati.
Elena era pensierosa, non riusciva a capire cos'era quel segno e come poteva esserselo fatto. Poi i due uecirono di casa. Durante la passeggiava lungo il porto, venne improvvisamente colpita da un forte capogiro e, per una frazione di secondo, vide due enormi occhi neri fissarla da vicino, poi l'immagine scomparve.
Più tardi, mentre stava bevendo un caffè, un altro flash, una luce accecante puntata sul volto con sagome che si muovevano intorno a lei e strumenti metallici.
Il tutto duró solo qualche istante.
"Ma cosa sta succedendo?" Eslamó Elena
Matteo non disse nulla.
La sera, pervasa da strani pensieri e anche un po' spaventata, iniziò a cercare informazioni su internet. Digitò "Marchio geometrico sulla schiena", poi "Segno a griglia pelle" e infine "Reticolo sulla pelle dopo aver visto una luce".
Decine di testimonianze raccontavano la stessa identica storia e molte parlavano di presunti rapimenti alieni. Elena, più confusa e spaventata di prima chiuse immediatamente il computer convincendosi che fosse soltanto una coincidenza.
Quindi cercó di ragionare in modo razionale e abbandonó l'idea di cercare eventuali risposte da sola preferendo il consulto di un medico.
Il giorno seguente infatti si recò presso il piccolo ambulatorio del paese e, una volta entrata nello studio, il medico esaminò attentamente il segno, effettuò fotografie, controllò la pelle con una lampada speciale ma non trovò alcuna spiegazione.
Prima che Elena uscisse dallo studio le disse una frase inattesa che spiazzó le Elena.
"Non credo agli alieni, ma conosco una persona che da molti anni raccoglie casi davvero particolari."
Il medico scrisse quindi l'indirizzo e lo porse a Elena.
Poco distante viveva il Dr. Erik Solberg, ex neurologo e oggi ricercatore indipendente.
Elena si recò dal neurologo con Matteo, il suo studio era pieno di libri, fotografie e cartelle cliniche. Dopo essersi presentata Elena non perse tempo e fece subito vedere quel marchio al neurologo. Quando questi lo vide rimase immobile.
"Ne ho osservati altri molto simili."
Elena impallidì.
"Mi sta dicendo che pensa siano stati degli alieni?"
"No."
"Allora cosa?"
"Penso che lei abbia un ricordo che il suo cervello sta cercando di nascondere."
"Dottore si spieghi meglio" disse Elena.
Dopo alcuni minuti di spiegazioni, il neurologo propose una seduta di ipnosi regressiva.
Dopo molte esitazioni Elena accettò.
Il Dr. Solberg abbassò leggermente le luci dello studio, la stanza rimase illuminata soltanto da una piccola lampada posta dietro la poltrona.
Poi, accese un registratore e disse:
"ogni seduta viene registrata.
Se in qualsiasi momento desidera interrompere, mi basta una parola."
Elena annuì.
Era visibilmente nervosa.
Il medico le sorrise.
"Non abbia paura. Lei resterà sempre cosciente.
L'ipnosi non è sonno e non perderà mai il controllo.
Io la guiderò semplicemente in uno stato di rilassamento profondo."
Lei fece un lungo respiro.
"Va bene."
"Si accomodi."
Elena si sdraiò lentamente sulla poltrona reclinabile.
Il dottore attese qualche secondoe poi cominció:
"Vorrei che chiudesse gli occhi."
Lei obbedì.
"Ora faccia un respiro lento... molto lento."
Inspirò.
Espirò.
"Ancora."
Il respiro iniziò a rallentare.
"Molto bene." disse il neurologo.
Per quasi un minuto il medico parlò con voce calma.
"La sua respirazione sta diventando regolare... il suo corpo è sempre più rilassato... le braccia diventano leggere... le gambe sono completamente distese... ogni muscolo si rilassa sempre di più."
Il volto di Elena sembrava ormai privo di tensione.
"Bene."
"Adesso immagini di trovarsi in cima a una scala di dieci gradini."
"Ad ogni gradino il suo rilassamento aumenterà."
"Iniziamo."
"Dieci..."
"Piede dopo piede..."
"Nove..."
"Ogni rumore intorno a lei diventa sempre più lontano..."
"Otto..."
"Sette..."
La voce del medico sembrava arrivare da molto distante.
"Sei..."
"Cinque..."
Il respiro di Elena era ormai profondissimo.
"Quattro..."
"Tre..."
"Due..."
"Uno..."
Seguì qualche secondo di assoluto silenzio.
Il dottore osservò gli strumenti che monitoravano il battito cardiaco.
Elena era stabile, tutto era stato eseguito correttamente.
Il neurologo parlò quasi sussurrando.
"Elena..."
"Sì..."
"La sente la mia voce?"
"Sì..."
"Perfetto."
"Ora voglio che ritorni alla seconda notte trascorsa in Norvegia."
"Non faccia alcuno sforzo."
"Lasci semplicemente che i ricordi arrivino."
Passarono alcuni secondi, le dita della donna iniziarono a muoversi leggermente...
"Cosa vede?"
"La finestra..."
"È nella sua camera?"
"Sì..."
"Che ora è?"
"Non lo so..."
"È notte?"
"Sì..."
"C'è silenzio..."
"Cosa succede adesso?"
"C'è una luce..."
"Da dove proviene?"
"Fuori..."
"La osservi."
"Com'è?"
"Bianca..."
"No..."
"Cambia colore..."
"È bianca... poi azzurra... poi quasi argentata..."
"Continui."
"Il rumore..."
"Che rumore sente?"
"Un ronzio..."
"Sembra un motore?"
"No..."
"Sembra vivo..."
"Come se vibrasse dentro la testa..."
Il battito cardiaco aumentò leggermente.
"Va tutto bene."
"Continui."
"C'è qualcuno nella stanza?"
"Sì..."
"Quanti sono?"
"...Tre..."
"Li descriva."
"Sono piccoli..."
"La testa..."
"È molto grande..."
"Gli occhi..."
"...neri..."
"Mi stanno guardando..."
"Cosa fanno?"
"Non camminano..."
"Scivolano..."
"Come se non toccassero il pavimento..."
Il medico rimase in silenzio.
"Cosa succede adesso?"
"...Mi stanno prendendo..."
"In che modo?"
"Non mi toccano..."
"E allora?"
"...Sto salendo..."
"Il mio corpo sale da solo..."
"Il letto resta sotto di me..."
Elena iniziò a respirare più velocemente.
"Va tutto bene."
"Continui."
"Attraverso il soffitto..."
"Lo attraversa davvero?"
"Sì..."
"Non esiste più..."
"Ora dove si trova?"
"...Fuori..."
"Sto salendo nel cielo..."
"Dove sta andando?"
"C'è un disco..."
"È enorme..."
"Molto più grande di quanto sembri da sotto..."
"Cosa vede?"
"Una luce..."
"Mi entra dentro..."
"Poi..."
"...sono dentro."
Il dottore aspettò alcuni secondi.
"Mi descriva il luogo."
"C'è una stanza grandissima..."
"Non ci sono angoli..."
"Tutto è curvo..."
"Le pareti si muovono..."
"Come se respirassero..."
"Sembrano vive..."
"Non sono metallo..."
"Sembrano... pelle..."
"...No..."
"Non è pelle..."
"È qualcosa che non conosco..."
"E il pavimento?"
"È morbido..."
"Come se camminassi sopra un materiale elastico..."
"Ma sostiene perfettamente il mio peso..."
"Non lascia impronte..."
"Che colore hanno le pareti?"
"Non riesco a dirlo..."
"Cambiano continuamente..."
"A volte sono bianche..."
"Poi diventano azzurre..."
"Poi violacee..."
"È come osservare l'interno di una bolla di sapone..."
"Senza una vera sorgente luminosa."
"Da dove arriva la luce?"
"...Dalle pareti..."
"Tutto emette luce..."
"Non ci sono lampade..."
"Non esistono ombre..."
"È tutto perfettamente illuminato..."
"C'è qualche rumore?"
"No..."
"Solo un suono molto basso..."
"Come un battito..."
"Non..."
"...Come un cuore..."
Il dottore rimase immobile.
"Cosa fanno adesso?"
"Mi fanno sdraiare..."
"Su cosa?"
"Su un tavolo..."
"Non..."
"Non è un tavolo..."
"Nasce dal pavimento..."
"È un pezzo della stanza..."
"Mi avvolge..."
"Non riesco a muovermi..."
"Ha paura?"
"No..."
"Stranamente no..."
"Perché?"
"...Perché sento che li conosco..."
Seguì un lungo silenzio...
Poi Elena parlò con una voce completamente diversa, molto più calma, quasi assente.
"Li conosco da sempre."
Il dottor Solberg rimase immobile.
Non aveva pronunciato alcuna domanda.
Dopo alcuni secondi Elena riprese a parlare.
"...Uno di loro mi guarda."
"Non muove la bocca."
"Eppure sento chiaramente la sua voce."
"Cosa le dice?"
"Non avere paura."
"Questo non è il tuo primo incontro con noi."
"È già successo altre volte."
"Come le altre volte, stiamo soltanto controllando che tu stia bene."
Le lacrime iniziarono a scendere lentamente dagli occhi chiusi della donna.
"Perché lo fanno?" domandò il medico.
Elena rimase in silenzio, poi, sussurrò appena:
"...Non me lo possono dire."
"Perché?"
"...Perché non è ancora il momento."
Il registratore continuò a incidere soltanto il suono lento del suo respiro.
Quando l'ipnosi terminò, Elena scoppiò a piangere.
Il Dr. Solberg rimase in silenzio, non cercò di convincerla che quei ricordi fossero reali, ma l'incredulitá sul viso di Matteo era così evidente che non poteva credere a quanto appena sentito.
Poi il neurologo disse:
"Che siano ricordi autentici o costruzioni della mente, il marchio sulla sua schiena continua a non avere una spiegazione."
Due giorni dopo, Elena e Matteo rientrarono in Italia provando a riprendere la vita di sempre facendo finta che quanto fosse accaduto non fosse mai successo.
Con il passare delle settimane gli incubi diminuirono e anche il marchio iniziò lentamente a scomparire. Sembrava tutto finito.
Finché, una sera di Ottobre, mentre stava sistemando le fotografie della vacanza sul computer, notò qualcosa di strano, qualcosa che al momento dello scatto non vide.
In una delle immagini scattate al tramonto sopra il bosco compariva un piccolo disco luminoso, quasi invisibile. Ingrandì la fotografia e con suo immenso stupore vide che il disco era perfettamente a fuoco e, sotto di esso, tra gli alberi, si distingueva una figura.
Sembrava una persona, o forse no.
In quel preciso istante il cellulare di Elena vibrò.
Sul display apparve un numero sconosciuto.
Rispose.
Per alcuni secondi non sentì nulla.
Solo un debole ronzio metallico.
Lo stesso identico rumore udito nelle notti trascorse in Norvegia.
Poi la linea cadde.
Quella notte, prima di addormentarsi, Elena si guardò allo specchio.
Il marchio era tornato. Molto più nitido di prima e, questa volta, sembrava essersi allargato.
"Matteooooooooo...."
FINE