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L’Oceano Indiano, quando decide di farsi calmo, si trasforma in una distesa di velluto nero capace di inghiottire qualsiasi pensiero. Le isole Maldive, viste dal ponte di comando della Princess of the Seas, non erano che piccolissimi frammenti di terra emersa, ombre silenziose circondate da barriere coralline invisibili nell’oscurità.
Erano circa le tre e un quarto del mattino del 14 Novembre.
La nave da crociera, un colosso da centoquarantamila tonnellate di stazza lorda, scivolava a dodici nodi in direzione dell’atollo di Malé Sud. A bordo, quasi tremila passeggeri dormivano sonni tranquilli nelle loro cabine condizionate, cullati dal ronzio impercettibile dei motori diesel-elettrici. Sul ponte di comando, avvolto dalla penombra illuminata solo dal bagliore soffuso degli schermi radar, il secondo ufficiale di coperta Davide Moretti stava completando la sua guardia. Trentaquattro anni, una carriera solida e una passione viscerale per la navigazione astronomica, Davide amava quelle ore notturne.
C’era una purezza antica nel guidare una nave nel buio profondo, interrotta soltanto dal controllo routinario dei sistemi di bordo. Al suo fianco, il timoniere di guardia, un marinaio filippino di nome Jayson, fissava l'orizzonte piatto con gli occhi socchiusi per la stanchezza.
Tutto era perfettamente normale. Fino a quando il radar ARPA della Raytheon non emise un singolo, acuto segnale acustico "BEEEEEP, BEEEEEP"...
Davide si sporse verso la console. Sullo schermo a fondo nero, un tracciato verde indicava un bersaglio insolito. Non si trovava sulla superficie dell'acqua, ma a una quota stimata di circa tremila piedi, in rapida discesa. La velocità di avvicinamento calcolata dal computer di bordo era assurda. Nessun velivolo commerciale aveva l'autorizzazione a sorvolare quell'area a quella velocità e a quell'ora della notte.
«Jayson, controlla visivamente a dritta, rilevamento zero-quattro-zero,» ordinò Davide, mantenendo la voce calma ma ferma. «Abbiamo qualcosa in cielo.»
Davide afferrò il binocolo marino stabilizzato e si diresse verso l’ala esterna del ponte di comando. L’aria tropicale, calda e umida, lo investì immediatamente.
Puntò le lenti verso la porzione di cielo indicata dal radar, aspettandosi di vedere le luci di posizione rosse e verdi di un aereo militare o di un jet privato fuori rotta.
Ciò che vide lo lasciò senza fiato.
Non c’era alcun lampeggiante di navigazione. A poche miglia dalla nave, sospeso esattamente sopra un atollo disabitato, fluttuava un oggetto di dimensioni monumentali.
La forma ricordava quella di un disco schiacciato o di una lente ellittica, ma ciò che destabilizzò Davide fu la sua totale assenza di consistenza metallica visibile.
La struttura sembrava fatta di un materiale scuro, opaco, che pareva quasi assorbire la debole luce stellare. Lungo la circonferenza inferiore, tuttavia, pulsava una striscia continua di luce azzurra e violetta, così vivida da riflettersi sulle acque cristalline della laguna sottostante, illuminando l'atollo come se fosse giorno.
«Signore…» la voce di Jayson giunse dall’interno della plancia, incrinata dal panico. «Il radar... il radar non lo vede più. È sparito dal tracciato. Ma è ancora là fuori!»
Prima che Davide potesse rispondere, la console del timone ebbe un sussulto.
Gli schermi a cristalli liquidi della plancia iniziarono a sfarfallare violentemente, le spie verdi del sistema di posizionamento globale (GPS) divennero rosse, segnalando la totale perdita del segnale satellitare. Poi, con un gemito metallico che sembrò salire dalle viscere della nave, le luci principali del ponte si spensero, lasciando la plancia immersa nel buio profondo.
Anche la propulsione subì un calo drammatico: il ronzio costante dei motori si affievolì fino a diventare un rantolo. La Princess of the Seas stava perdendo potenza e i sistemi di emergenza faticavano a entrare in funzione.
Incurante delle procedure di sicurezza, Davide rimase sul ponte esterno, lo sguardo calamitato dall'anomalia. L’oggetto non emetteva alcun suono.
Nessun rombo di turbina, nessun sibilo d'aria. Un silenzio innaturale e opprimente era calato sull'oceano.
Il blackout parziale, tuttavia, non aveva colpito solo la plancia. Ai ponti superiori della nave, dove alcuni passeggeri insonni passeggiavano o si godevano la brezza notturna, l'improvviso spegnimento delle luci decorative e il riverbero azzurro proveniente dall'orizzonte avevano attirato l'attenzione di decine di persone. Nel giro di pochi minuti, i ponti undici e dodici si riempirono di passeggeri in pigiama e abiti da sera. Cellulari e macchine fotografiche vennero puntati verso l'atollo, ma gli schermi dei dispositivi digitali mostravano solo righe statiche e schermate nere. L'immensa forza elettromagnetica sprigionata dall'oggetto stava friggendo ogni circuito integrato a corto raggio.
«Cosa diavolo è quella cosa?» gridò qualcuno dal ponte superiore.
Il panico stava iniziando a diffondersi tra la folla come un contagio silenzioso.
Improvvisamente, l’oggetto si mosse. Senza alcuna accelerazione graduale, passò dall'immobilità assoluta a una velocità strabiliante, spostandosi di poche miglia verso il largo e posizionandosi esattamente sopra la verticale della nave. Davide sentì i peli delle braccia drizzarsi: l'aria intorno a loro si era riempita di elettricità statica e un vago odore di ozono bruciato penetrò nelle sue narici. Da quella distanza, l'UFO appariva gigantesco, ampio quanto tre campi da calcio messi insieme. La striscia luminosa azzurra cambiò frequenza, diventando di un bianco accecante che penetrava attraverso le finestre della plancia e illuminava a giorno i ponti della nave.
Fu in quel momento di massima vulnerabilità che il silenzio dell’oceano venne squarciato da un tuono artificiale.
Da nord, a bassissima quota, due ombre sfrecciarono nel cielo notturno a velocità supersonica, lasciando dietro di sé una scia di calore che fece vibrare l'aria. Il boato sonico fece tremare le vetrate della Princess of the Seas. Davide riconobbe immediatamente la silhouette inconfondibile di due caccia militari F-15, privi di qualsiasi insegna identificativa visibile sotto la luce spettrale dell'UFO.
I jet militari non erano lì per pattugliare; erano in assetto da combattimento. Compirono una virata strettissima a ridosso della nave, i loro postbruciatori accesi che brillavano di un arancione rabbioso nell'oscurità.
I piloti militari iniziarono a girare intorno all'immenso disco, stringendo il cerchio in una manovra di intercettazione da manuale. Per alcuni secondi, testimoni civili e militari si ritrovarono intrappolati nello stesso assurdo frammento di tempo. Davide poté chiaramente distinguere uno dei caccia virare sul fianco, esponendo il ventre carico di missili aria-aria.
La risposta dell'oggetto non fu violenta, ma geometrica ed elegante nella sua superiorità tecnologica.
Mentre i due F-15 si lanciavano in un attacco simulato o forse in un disperato tentativo di ingaggio, l'UFO inclinò il proprio asse di circa quarantacinque gradi. La luce bianca si concentrò in un singolo punto al centro del disco, che emise un lampo silenzioso. Non un raggio distruttivo, ma un impulso di energia pura. I motori dei due caccia militari ebbero un sussulto visibile; le fiamme dei postbruciatori si spensero di colpo, costringendo i piloti a una picchiata d'emergenza nel vuoto per tentare di riavviare i sistemi di volo in caduta libera.
Un istante dopo, prima che i caccia potessero impattare con l'acqua o riprendere il controllo, la grande lente scura scattò verso l'alto. Non ci fu rumore, solo uno spostamento d'aria minimo che generò una leggera increspatura sulla superficie del mare. L'oggetto coprì la distanza tra la superficie oceanica e lo spazio profondo in meno di tre secondi, riducendosi a un punto luminoso prima di svanire completamente tra le costellazioni dell'emisfero australe.
Non appena l'UFO scomparve, la realtà riprese il suo corso regolare con una violenza disorientante.
I motori della Princess of the Seas ruggirono nuovamente a pieno regime, le luci della plancia e dei ponti si riaccesero di colpo e i radar ripresero a tracciare lo spazio aereo circostante. In lontananza, i due F-15, i cui sistemi erano evidentemente tornati in funzione dopo la sparizione dell'anomalia, cabrarono bruscamente, allontanandosi verso nord a tutta velocità, scomparendo dietro la linea dell'orizzonte.
Sul ponte della nave regnava il caos. Centinaia di passeggeri urlavano, piangevano o cercavano disperatamente di far funzionare i propri telefoni per verificare se i video fossero stati registrati.
Davide, con il cuore che gli batteva nel petto come un tamburo, rientrò in plancia. Jayson era pallido, le mani ancora aggrappate alle leve del timone spento fino a pochi istanti prima.
«Niente registrazioni nei log, signore,» disse il marinaio con un filo di voce, indicando lo schermo del computer di bordo che si era appena resettato. «Il sistema mostra solo un errore di alimentazione alle ore 03:17. Nessun tracciato radar salvato. Nulla.»
Il Comandante della nave, allertato dal calo di potenza, arrivò in plancia meno di cinque minuti dopo, ancora in divisa da notte. Ascoltò il rapporto di Davide in silenzio, fissando l'orizzonte ora tornato completamente buio e immobile. Non disse una parola per un lungo minuto, poi ordinò di mantenere la rotta originaria e di non rilasciare alcuna dichiarazione ai passeggeri.
L’insabbiamento, tuttavia, iniziò formalmente solo tre ore più tardi, non appena la nave attraccò al molo di Malé.
Ad attendere la Princess of the Seas non c’erano le solite autorità portuali locali per le pratiche doganali di rito. Il molo era stato transennato da un cordone di uomini in uniformi bianche senza distintivi della guardia costiera maldiviana, affiancati da funzionari civili occidentali in abito scuro, nonostante il caldo soffocante dell'alba tropicale.
Il Comandante e Davide vennero fatti scendere per primi e condotti in un ufficio improvvisato all'interno del terminal passeggeri. Ad attenderli c’era un uomo dall'apparente nazionalità americana, che si presentò semplicemente come "Ispettore del Registro di Sicurezza Marittima".
«Signor Moretti,» esordì l'uomo, posando sul tavolo una cartella di plastica nera contenente i registri elettronici della nave, sequestrati direttamente dalla sala server della plancia. «Il vostro rapporto parla di un'avaria elettrica temporanea dovuta a un sovraccarico dei generatori ausiliari durante il passaggio vicino all'atollo di Malé Sud. È corretto?»
Davide lo fissò, incredulo.
«No, signore. C’era un oggetto non identificato. Centinaia di passeggeri lo hanno visto. C’erano due caccia militari che...»
L'uomo lo interruppe con un gesto lento della mano, senza scomporsi.
«I passeggeri hanno visto un raro fenomeno meteorologico noto come "fulmine globulare di grandi proporzioni", amplificato dal malfunzionamento dei generatori della vostra nave che ha creato un effetto di panico ottico. Per quanto riguarda i velivoli militari, si trattava di una programmata esercitazione anti-pirateria della marina indiana, perfettamente tracciata dai radar civili.»
L'ispettore tese a Davide un foglio di carta intestata. Era un accordo di non divulgazione vincolante, coperto da leggi sulla sicurezza internazionale e sul segreto militare.
«Se firma questo, la Princess of the Seas potrà riprendere la sua crociera entro mezzogiorno. I passeggeri riceveranno un rimborso parziale per il disagio tecnico del blackout e la compagnia non subirà ripercussioni assicurative. Se rifiuta, la nave rimarrà sotto sequestro cautelare per indagini tecniche avanzate per le prossime tre settimane. E la sua licenza di navigazione verrà sospesa a tempo indeterminato per negligenza professionale durante la guardia.»
Davide guardò il suo Comandante. Il vecchio marinaio strinse le labbra e accennò un leggero, amaro cenno del capo.
Non c’era scelta.
La macchina burocratica e militare aveva già deciso quale dovesse essere la realtà dei fatti.
Davide afferrò la penna e firmò.
I telefoni cellulari dei passeggeri vennero temporaneamente trattenuti al momento dello sbarco con il pretesto di un "controllo doganale standard per la sicurezza dei dati digitali". Quando vennero restituiti, tutti i file multimediali registrati tra le 03:00 e le 04:00 di quella notte erano stati cancellati da remoto tramite un impulso software mirato. Nei giorni successivi, i forum di ufologia e i social network videro la comparsa di alcune testimonianze scritte da parte dei turisti, ma l'assenza totale di prove video e le smentite categoriche del governo maldiviano e della compagnia di navigazione trasformarono presto quel ricordo in una delle tante leggende metropolitane da crociera.
Oggi, a distanza di dieci anni, Davide Moretti non naviga più. Ha lasciato la marina mercantile e vive in una piccola casa sulla costa adriatica. Ma ogni volta che il cielo si fa limpido e il mare diventa liscio e scuro come il velluto, i suoi pensieri tornano inevitabilmente a quelle acque tropicali.
Quella firma su un accordo di non divulgazione ha sigillato i documenti ufficiali, ma non ha potuto cancellare ciò che Davide e altre tremila persone hanno visto con i propri occhi in quel paradiso tropicale. La tecnologia dell'UFO ha sfidato la nostra fisica, lasciando dietro di sé solo domande senza risposta e un brivido che accompagna Moretti ogni volta che guarda l'orizzonte.
Lassù, tra miliardi di galassie, una presenza invisibile mantiene gli occhi puntati sul nostro pianeta.
Chi è, dunque, che continua a osservare i nostri oceani?
Fine.