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Ecco una nuova e fantastica iniziativa Silverland

 

Hai scritto un libro e non sai dove presentarlo? Fallo qui!.

Inviaci tutto il materiale e noi te lo pubblicheremo.

 

Lo staff

 

Il pianeta dell'inganno di Alessia Lorenzi

Il pianeta dell'inganno di Alessia Lorenzi
Il pianeta dell'inganno di Alessia Lorenzi

 

Thomas è un cacciatore di misteri. Non potrebbe non esserlo, perché qualcosa di terribile ha cancellato il suo passato e ora sta tornando a prenderlo, inarrestabile come lo scorrere delle ore. " Voi non siete soli " ... 

 

 

Cos'è IL PIANETA DELL'INGANNO?

 

Leggi le citazioni della storia

 

Puoi leggerle tramite:

 

  1. Il link che rimanda alla pagina ufficiale
  2. Le immagini scorrevoli qui in basso ( in caso di schermo piccolo clicca sul simbolo con le frecce al centro dell'immagine e si zoommerà a schermo intero!)

 

1. Citazioni IL PIANETA DELL'INGANNO <--- clicca qui per andare al sito ufficiale.

 

2. Immagini scorrevoli

 

DOVE LEGGERE IL ROMANZO?

Il ROMANZO è DISPONIBILE ONLINE GRATUITAMENTE
Non è ancora presente nelle librerie e non è ancora in commercio.

 

 

Potete trovare i capitoli:

1. Dal sito ufficiale: http://alessialorenzi.wixsite.com/alelartist/il-pianeta-dell-inganno

2. Qui, in fondo alla pagina!

Buona lettura!

 

 

MA DI COSA PARLA? LA TRAMA

Ci stiamo ancora lavorando, aggiorna il sito periodicamente o aspetta un giorno ancora

 

 

IL PIANETA DELL’INGANNO

                             VOI NON SIETE SOLI

 

 

 

PARTE PRIMA: INFANZIA

 

 

CAPITOLO 1 - VOI NON SIETE SOLI 

 

Cadevano i sogni in quella notte d’estate. Piccoli desideri, stagliati contro una volta nera dal sapore misterioso dell’infinito. Decidevano d’un tratto di andarsene, di realizzarsi o spegnersi, come lacrime della notte e non mi restava che ammirarli, irraggiungibili … ed amarli. E chissà … chissà dove sarebbero andati! Ero ancora bambino, un po’ ingenuo, un po’ curioso. Credevo che il tempo fosse tutto ciò che noi abbiamo davanti, il vento della vita che cambia le cose, che le volta e rivolta, le ricolora, le sposta … e che tutto vivesse nel futuro più inarrivabile, infinito. Ma c’era tanto più passato nel mio futuro, di quanto del futuro stesso avrei potuto immaginare. Ma il mio passato non avrebbe saputo di immenso, come quel nero freddo e profondo che mi si dispiegava davanti e che avvolgeva le stelle e quel futuro avvolto da un manto candido d’esse. Avevo nove anni, non lo conoscevo il mio passato, ma non ero solo, avevo una famiglia, un piccolo cane, la montagna, le stelle … Sentivo in me la vita, tutta la sua forza, tutto il suo splendore che odorava di mistero. Poi la gente, intorno a me, danze in maschera, feste di colori, ciascuno era un mondo da esplorare ed io volevo capire il mondo.

 

I misteri, principalmente, sarei partito da quelli! Le faccende storiche, già spiegate, non brillavano di novità, sicuro! Io volevo ciò che stava oltre il limite, qualunque esso fosse … Io ero un finto razionale, un sognatore. Vivevo di ciò che serve e di ciò che serve immaginare per stare bene, nelle follie dell’uomo che viveva con me e nel mio stesso pianeta. L’immensità dell’inconosciuto disegnava orizzonti vuoti, sconfinati, intorno a me. Da grande avrei fatto l’esploratore o il programmatore. Ma per adesso vivevo ad Asiago, con nonna Amalia, mio padre Roberto e mia madre Serena.

 

Quella notte guardavo le luci graffiare l’Universo intero, poi svanire … Luccicavano come misteri i satelliti, si libravano nell’aria gli aerei. Ed io, sul terrazzo, ammaliato dalle invitanti carezze di un soffice sonno, caddi nel suo morbido candore, sereno, come fra suoni teneri di piano che accompagnavano i miei ultimi ricordi ad un mondo fatto di luce e poi di niente …

 

Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete? Dove siete?    

 

Una voce nelle orecchie, non sognavo, era vera! Mi staccai dal terrazzo con un sobbalzo e piombai sul letto, poi guardai la porta della stanza, chiusa, pronto a scappare. Poi la porta del terrazzo ancora aperta. Il mio respiro … gelido mi scaldava il petto, allarmato … dal sussulto. Ed il tremore, le orecchie tese, i muscoli pronti a scattare … ma niente … Poi un suono, il vento … Le foglie dell’albero vicino scrosciavano … Mi chiamavano. Andai con coraggio a scoprire l’inganno, qualcosa pur aveva parlato … o qualcosa mi aveva ingannato … Scorsi le ombre nere degli alberi sul cielo ancora scuro ma tenero, una luce selvaggia illuminava le cose, non era artificiale … pareva di stare ancora in un sogno, nell’incertezza, persi la prudenza e misi i piedi nelle scarpe. Avevo espresso un desiderio, quella sera, ammirando le stelle, un sogno per ogni stella ma sempre lo stesso … Io volevo vedere qualcosa di straordinario, qualcosa di più grande del tempo a me avverso. E se non era stato il vento a svegliarmi dal sonno, se non stavo ancora sognando … Qualcosa mi aveva parlato! Non poteva che essere amico, io stavo bene, ero intatto … Forse era quello il momento, sarei andato per il Bosco Nero, verso le sculture rupestri che gli ufologi della zona amavano! Lì si trovavano antiche forme che non avevo mai decifrato. Ero andato tante volte a vederle di giorno, ma me lo sentivo, era quella la notte dei misteri e dei desideri. Guardai ancora fuori nel terrazzo, in cerca di segni, fra gli alberi spaventosi ed il vuoto infinito del cielo, fra le stelle, ma niente. Nessuna voce nell’aria … E temevo così tanto di udirla ancora … Quanto la temevo! Temevo i miei ricordi … Temevo … persino il mio respiro! Rimasi immobile, travolto dal buio ... Raggiunsi il corridoio, poi la porta principale … guardai fuori indugiante, non era quella la notte dei desideri, era la notte dei terrori. La richiusi, posai le scarpe e affrontai il buio nuovamente, in ritirata, nel pieno del fallimento. Era quella … la notte dei fallimenti.

 

E, arso dalla voglia di scoprire, dalla voglia di vedere la meraviglia, dalla consapevolezza che qualcosa di grande accadeva mentre io stavo nascosto avvolto nel mio letto, non potei dormire … E ogni suono fu per me un gran spavento mentre i minuti passavano lenti come le ore.

 

Rassicuranti giochi di luci tinsero lentamente le cose d’un rosa materno, erano le luci del mattino e del mio gran sollievo. Se i veri misteri non avrebbero fatto per me, avrei fatto il programmatore. Avrei vissuto di logiche matematiche, di sistemi già fatti e pronti da assemblare. Avrei vissuto di cose conosciute da riscoprire in combinazioni diverse, le nuove invenzioni, ecco, forse anche di idee. Ma non avrei vissuto di grandi spaventi, era troppo per me l’infinito e le sue spaventose meraviglie.

 

Ore infinite però le trascorsi anche dietro ai banchi delle scuole elementari, fra bambini che non capivo. Che litigavano, che giocavano, fra le pecorelle ed io ero una di quelle, o forse ci provavo e non ci riuscivo neanche tanto bene. Oggi ero già in castigo per una gomma appiccicata sulla sedia dell’insegnante e isolato dai compagni che ridevano delle mie pazzie, delle voci notturne di cui non avrei dovuto parlare. Ma il fascino dell’ignoto … era più grande di me.

 

“Dove siete?”, chiedeva ancora quella voce nella mia mente, nei ricordi che mi tenevo stretti. “Dove siete?”. E rabbrividivo. Tutti quei brividi, lungo le braccia, lungo la schiena, fin nel mio cuore, tremante.

 

<< Ma c’era stata>>, assicurai Mattia, il mio buon amico.

 

Rise, << Sei ridicolo, Thomas>>.

 

<< Mi sarei spaventato se non ci fosse stato niente?>>.

 

<< Mah sì, anch’io mi spavento! Tipo questo, mette i brividi! Fortuna che non è vero!>>.

 

<< Fai te! Io l’ho vissuto … è ancora sulla mia pelle!>>.

 

<< Ma hai visto niente?>>.

 

<< No, niente … la paura, quasi, avrei potuto vedere!>>.

 

<< Tu non hai sentito niente>>, parve dedurre.

 

Lo spinsi, nel tentativo di svegliarlo dall’incanto dello scetticismo, << Io ti dico che è vero!>>. Ed era proprio possibile che niente potesse esprimermi meglio di quelle poche parole? 

 

<< Tu cerchi sempre il grande nelle cose piccole! Non trovi mai niente!>>.

 

<< Io esploro, alla faccia di voi che … >>.

 

<< Piangi?>>.

 

<< Tu non devi dire niente!>>.

 

<< Non urlare!>>, tuonò lui. << Voglio capirti>>.

 

<< Penserò a un modo migliore … >>, gli risposi, sconsolato. Avrei trovato il modo di esprimermi, un modo migliore di dimostrare la realtà così com’era.

 

<< La realtà>>, mi spiegava la maestra di religione l’ora dopo. << È fatta di persone>>.

 

Ma era fatta di persone materiali o dei mondi che le persone creano esistendo, pensando? La realtà? Non poteva che essere il fatto, ed era successo. Non era un’opinione, la mia. Era realtà. Era quella. Esistono persone che pensano troppo per cose inutili, io non ero fra quelle. Io sapevo cos’era vero, non mi restava che ammettere la chiarezza dei fatti …

 

 

 

Andai a cena, quella sera ero in punizione pure a casa, i miei si vergognavano a dire ai parenti delle mie bambinate e quella sera li avevamo a cena! Parenti loro, io non ero imparentato con nessuno. Adottato, tutto qui …

 

Ma il mistero … il mistero tornò a prendermi.

 

E quella sera ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.

 

E io malinconico e scherzoso risposi:<< Dove siete? Voi che … non esistete?>>.

 

Il mattino seguente raggiunsi subito Mattia, a scuola e gli dissi:<< E se tu non hai paura … vieni>>.

 

<< Dove?>>, domandò spaesato.

 

<< Calà! Di notte! Le vedrai belle … >>.

 

<< Di notte??>>.

 

<< Una sola notte!!>>, insistetti.

 

<< Non al Bosco Nero. Quella è zona chiusa ai visitatori non accompagnati!>>.

 

<< Calà!>>, gli proposi ancora. << Una sola prova! Non andiamo a vedere le rupestri … dai, una volta soltanto!>>.

 

 << Calà del sasso?? Ma col buio? È pericoloso … E poi non posso uscire di casa alla notte>>.

 

<< Certo che puoi se nessuno lo sa>>.

 

<< Calà del sasso? … Neanche morto>>.

 

<< Allora facciamo un patto! Tu vieni con me di notte e mi comporterò come vorrai tu per un mese>>.

 

<< Farai tutto ciò che ti dico?>>.

 

<< Tuttissimo>>.

 

<< Ma perché di notte?>>.

 

<< Perché nessuno saprà niente … Perché le verità segrete devi andare di persona a cercarle, nel loro habitat abituale, il nero del mistero!>>. E lui, comunque, già tremava. << Tu hai paura?>>.

 

<< A Calà ci sono andato tante volte … Ma questa volta è una vera bambineria>>.

 

<< Tu hai paura!>>.

 

<< No!>>.

 

<< Sai dire solo no? Anche io so parlare. E fare? Cosa sai fare?>>, lo intimai.

 

<< E allora vengo, ma per un mese la smetterai con queste cavolate!>>.

 

<< Affare fatto, se ti ritirerai … sarà sfortuna per una vita>>, e me la risi.

 

<< Eh! Così non vale!>>.

 

<< Ci credi?>>, lo tentai.

 

<< Tu sei pazzo!>>.

 

<< Ma io non sono superstizioso … io cerco, cerco … non credo!>>.

 

Era l’ignoto stesso, il senso di quelle cose … Ma il mondo non capiva il mio animo afflitto dalla ricerca senza soddisfazione … da un vuoto più grande dei tempi che risucchiava la mia anima … E ancora quel terrazzo, ancora quelle stelle … ancora quel suono … “Dove siete?”.

 

Ma nonostante quel suono rimanesse lo stesso, intorno a me le voci del mondo cambiavano … Si dicevano di me molte cose. All’inizio erano voci, ma ora erano torrenti e m’invasero, mi costrinsero a scegliere fra la ricerca ed il silenzio più sano, la normalità. Ma questa normalità, dov’era? Chi aveva il coraggio di cercare? Chi aveva il coraggio di non tacere? Chi di noi stava sbagliando?

 

Gli zii vennero a cena ancora, si erano presi dei giorni di ferie ed erano lì, ad Asiago, a godersi un bell’angolo di Terra, fatto di verde domato e selvaggio.

 

<< Anch’io ero come te, da piccolo!>>, mi assicurava lo zio, seduto con me su una panchina. Ci prendevamo un gelato in centro, approfittandone per conoscerci meglio. Eravamo soli, sotto un manto grigio e caldo che oscurava le stelle e circondati da edifici vecchi che sembravano sempre giovani, come una volta, in un paese di montagna che non sentiva la sua età, come molti altri. Non riuscivo facilmente a sentirmi parte di quella famiglia, ma non potevo nemmeno disprezzare la compagnia di un caro amico che giocava ad essermi zio.

 

<< Ed hai smesso di seguire il mistero?>>, gli chiesi.

 

<< Uh, se ce ne sono di misteri! Dalla perdita di capelli … Alle etichette nei posti sbagliati … l’hai vista quest’etichetta?>>, e si indicò sotto la nuca. << Sembrerebbe una maglietta storta e invece non lo è. È un mistero, vedi?>>, e rise, da solo. << Poi ci sono le donne … poi i calzetti, ma questo centra con la lavatrice, tu non lavi ancora niente, vero?>>.

 

Lo guardavo, silente. << Che cosa? No … io intendevo di più i … >>.

 

<< Il mostro dell’armadio>>, m’interruppe facendo poi una pausa incredibilmente lunga. << Era solo un maglione nell’armadio. Che tu lo abbia mai avuto o no … prendila metaforicamente>>.

 

Profondamente rimasi scosso da un’insolita perplessità scaturita da così banali parole. Erano solo banali parole! E comunicavano molto più delle mie.

 

Ma qual era il mio mostro dell’armadio?

 

Tornato in camera aprii silenziosamente l’armadio, ancora immerso nel mondo metaforico e dissi:<< Tu non esisti>>, lo richiusi, feci le spallucce. Io non avevo terrificanti illusioni, avevo i fatti, puri, com’erano.

 

O forse …

 

<< Quando Calà?>>, domandò Mattia, il mattino seguente.

 

<< Presto>>, risposi.

 

<< Cosa aspetti?>>.

 

<< Il … momento>>. Il momento … o la certezza, la sicurezza …

 

Ma sarei andato. Non avrei rinunciato all’ultima esplorazione. Sarebbe stata l’ultima, nella notte più adatta … in caso di fallimento … mai più niente. La realtà avrebbe demolito la debole voglia bambina di scoprire la meraviglia dove non c’era niente … Avrei lasciato agli artisti il compito di dipingere meraviglie invisibili. Io … ero un ragazzo di tecnologia, sarei stato utile ad altro. Ma in caso di disfatta … non sarebbe finita così. Era una guerra quella, della realtà dei fatti.

 

I nostri passi erano piccoli, su di un’immensa nera terra aliena, i gradini di pietra di Calà stavano nascosti nel bosco. Il freddo s’intrometteva nella nostra salita, spettro del terrore in una calda serata d’estate. Gli occhi attenti avrebbero voluto vedere tutto ma erano bendati dalla notte che si svegliava a ogni nostro rumore, spiandoci, cacciandoci … E sentendoci osservati a volte correvamo, fingendo fretta ma quello era solo chiaro terrore, più chiaro della notte. Le nostre timide pile disturbavano l’oscurità, avremmo dovuto andarcene, in ogni istante. Calà del sasso era una scalinata immensa e prima della fine … qualcosa sarebbe successo. Forse, speravo non accadesse ciò che cercavo, speravo che nessun telo cadesse, che nessuno spaventoso mistero mi si mostrasse.

 

<< Va bene>>, ammisi, con voce fragile. << Qui non c’è niente. Sei coraggioso … volevo … vedere questo! Andiamocene!>>.

 

Mattia esultò piano piano e ci voltammo per la discesa, ma in fondo alla curva degli scalini in discesa fra la vegetazione, una luce azzurra mi colpì e mi s’aprì un taglio immenso fin dentro l’animo. Tremavo, la paura si diffondeva dal colpo al petto fin sui capelli e verso i piedi … Mattia già correva su per la scalinata, la sua pila oscillava come lampi di luce su di una salita senza fine. Il pericolo mi scosse ancora e mi fece salire le scale rapidamente, volevo guardarmi alle spalle, vedere se la luce c’era ancora ma non potevo distrarmi. Un riparo, una via … dov’era l’uscita da quell’incubo? C’era un posto sicuro? C’era la realtà dietro di me che giungeva a prendermi in risposta al richiamo? C’era il destino? Cos’era la luce da cui scappavo? La verità? Rallentai per guardare dietro, non c’era niente.

 

<< Mattia!>>, lo chiamai bruscamente, sottovoce. << Mattia fermati!>>.

 

Mattia si nascose dietro un albero e spense la pila, i suoi occhi lucidi mi fissavano nel buio. Io, in piedi sulla scalinata, mi poggiai ad una parete rocciosa per non essere in vista e guardai il mio amico, facendo respiri rapidi e profondi. << Non c’è niente>>, lo assicurai. << Era lo spavento>>.

 

<< Era vero!>>, disse con voce di pianto. << Voglio tornare a casa! Era vero>>.

 

Feci appello alla mia calma e tremante gli dissi, nascondendo la paura dietro al buio che ci divideva:<< Noi siamo qui, stiamo bene. Torniamo indietro … >>.

 

<< No>>, disse, terrorizzato. << Io rimarrò qui! Verranno a prendermi! Digli di venire a prendermi!>>.

 

Ma la luce s’incuneò alle sue spalle scivolando nel cielo, dietro ai rami degli alberi e dietro alle loro vette.

 

<< Resta immobile>>, gli sussurrai temendo di essere allo scoperto ma temendo anche di muovermi, in cerca di riparo.

 

La luce colpì la sua sicurezza e si gettò a terra, spaventato. Essa scivolò verso di lui, abbassandosi, come se qualcosa senza corpo, fatto d’azzurro luminoso e vibrante tagliasse l’aria e ogni ostacolo avanzando inesorabilmente verso il mio amico. Io corsi verso di lui dopo un attimo di esitazione ma la luce era troppo rapida e mi avrebbe preceduto. Così cambiai direzione, salii a gattoni, svelto, la scalinata e giunsi ad una grotta, mi ci tuffai dentro. Ero solo, col mio respiro. Non c’era più niente …

 

Era un incubo. Era per forza un incubo.

 

Tremavo, la paura mi congelava fin nell’anima. Guardai fuori, dove era più buio. Ascoltai il silenzio. Perché c’era silenzio? Perché il bosco era così indifferente al suono della confusione nelle mie orecchie? Mattia? Solo, nascosto, tremante? Era stato ingoiato dalla luce fredda della tenebra? Aliena o spirito infastidito della foresta?

 

Trattenni il respiro per udire più lontano, poi sussultai, due piccole lucciole volavano zitte davanti alla grotta. Le osservai, immobile, poi ne giunse una terza e lì fermo sperai che non avvertissero il bosco della mia presenza. La grotta mi avvolgeva, abbraccio materno della Terra, mi avrebbe difeso nel buio dalla luce terrificante.

 

Ma quelle piccole luci sembravano quasi organizzate.

 

“Dove siete?”, era la voce raggelante che udivo, mentre delle luci poco più grandi invadevano la scena, illuminandosi a vicenda, tentacoli fluttuanti nella tempesta buia dei timori. Poi davanti alla grotta comparve la luce, grande, vincente, incorniciata da spaventosi tentacoli luccicanti nel buio. Aveva vinto, contro le sue prede d’ingenua imprudenza … Avevo la roccia attorno e alle spalle. La luce corse su di me.

 

 

 

Mia madre mi svegliò, io ebbi un brutto risveglio. Ero a letto, facevo tardi a scuola … il mio cane per giocare mi tirava i pantaloni … confuso mi preparai ma non c’era alcuno zaino in casa … Mia mamma già mi rimproverava, non potevo che averlo lasciato a scuola … Ma giunto nel cortile, prima delle lezioni, nemmeno Mattia c’era e mi perforò la mente una terribile domanda. Se fosse stato vero?

 

A scuola non c’era niente … non era lì lo zaino, non era lì il mio amico … I suoi genitori telefonarono la segreteria, non era nemmeno a casa … Era allarme, il mio amico era scomparso … Mattia non c’era più.

 

Io sapevo? Ma questo? Sapevo cos’era vero in questo?

 

Dopo scuola corsi a Calà con Sport, il mio cane, lì dove i gradini sapevano ancora di terrore ed era fresco … eravamo passati di lì, eravamo scappati, c’era stato qualcosa … io me lo sentivo, era troppo forte quella sensazione dentro di me.

 

Trovai qualcosa di colorato contro una parete, andai a vedere. Sostai, davanti ad esso. Era uno zaino. Aveva il colore del mio. Era il mio. Lo aprii, guardai dentro, erano le mie cose. Potevo averlo lasciato cadere per correre via più velocemente … Potevo averlo lasciato contro la parete nel momento in cui …

 

E guardai l’albero. L’albero dietro cui si nascondeva Mattia, nei miei ricordi … prima che la luce lo prendesse con sé. Lui era stato lì … ed io guardavo l’ultimo luogo in cui lui era stato davvero. Andai a vedere, indugiando. Non c’era niente … pareva che nessuno fosse mai passato di là, solo la mia memoria vi disegnava la presenza.

 

Tentai di insistere affinché il mio cane potesse riconoscere da qualche parte l’odore di Mattia ma si ostinava a non voler annusare. Sembravo uno stupido.

 

Poi qualcosa gracchiò lamentosamente nello spazio ricolmo di alberi che mi impedivano sempre di vedere oltre. Cercai la direzione giusta verso cui porre l’orecchio, mi feci coraggio, chiesi ad alta voce chi fosse.

 

<< Thomas!>>, tentò lui, sfinito. Era Mattia!

 

Balzai verso la sua direzione, sorvolai ogni ostacolo, lo raggiunsi. Si stringeva una gamba al petto asciugandosi il volto, << Mi sono rotto una caviglia!>>.

 

<< Cosa ci fai qui?>>, domandai contento e ferito dal fatto mentre il mio cane gli infilava la lingua in tutti gli angoli, in festa.

 

<< Mi sono trovato qui … Ho paura>>.

 

<< Stai tranquillo, è giorno>>.

 

<< Ma i misteri non vivono solo di notte!>>.

 

Lo guardai, profondamente colpito, confuso, << I … misteri? Qui non c’è stato niente>>.

 

<< Forse tu avevi ragione! Io … sono comparso qui! Qualcosa deve avermi attirato nel sonno! Chiama aiuto … La mia caviglia!>>.

 

<< Ma non posso lasciarti solo!>>.

 

<< Lo ero già! Corri!>>.

 

<< Corro>>, annuii, gli lasciai il cane, poggiai lo zaino vicino a lui e scattai via. Non doveva essere successo niente. Era successo qualcosa. Era niente. Era qualcosa ed era niente … doveva … doveva essere niente. Una realtà così profonda, terrificante, sfaccettata, non doveva essere vera! Non lo avrei mai permesso, non per me, non in me … non era vero. Non lo avrei permesso. Perché il buio si era permesso di ferirmi col suo grande mistero? Doveva allontanarlo, difendermi … io cercavo, ma non volevo davvero sapere … ero bambino, giocavo! Il buio avrebbe solo dovuto giocare con me e difendermi dalla verità. Perché questo? Chi voleva questo su di me? Chi lo voleva? Ma soprattutto … cos’era?

 

Comparve sui giornali la notizia della sua misteriosa scomparsa, ma nessuno suppose niente, nessuno, dopo un po’, disse più niente … e tutto svanì, cancellato dal tempo. Mattia divenne paranoico, non poco … e la sua famiglia con lui. Loro supponevano tutto … Per loro Asiago era maledetta, una forza malvagia l’aveva scelta, la nostra terra. Si spaventavano per tutto, creavano leggende e se ne sottomettevano impietriti dalla paura. Non potevano più vivere lì, si trasferirono altrove e io il mio amico lo salutai con gran insicurezza. Qualcosa era accaduto … qualcosa che non avevo mai raccontato. Nemmeno a lui che la sapeva diversa … eppure come me l’aveva vissuta! Proprio con me … eravamo in due, ma chi la ricordava giusta? Io avevo le prove, lo zaino … il luogo … indubbiamente la mia versione non poteva che essere vera.

 

La mia famiglia mi allontanò dalla sua, li credevano dei pazzi … e se non lo fossero stati, allora sarebbero stati pericolosi, semplicemente, inseguiti da forze negative più grandi di noi tutti.

 

Sinceramente, non sapevo a quale versione pensare … Ma non potevo credere che una maledizione gravitasse intorno a loro. Erano rimasti un mese prima di andarsene, avevo visto le loro paure per le cose più semplici, loro non erano maledetti … Erano malati, forse di stress, forse di spavento … Ma maledizione era una parola troppo grande per star nelle bocche delle persone fra le inutili chiacchiere.

 

Così la famiglia maledetta non venne ascoltata, chissà di cosa aveva bisogno per riemergere dal mare del terrore, ma io, confuso, non potevo fare … ancora niente. Non potevo fare nulla per me, non avrei fatto nulla per loro.

 

 

 

CAPITOLO 2 - I SUOI FRAGILI OCCHI VERDI

 

Le foglie giocavano fra di loro, sfiorandosi, agitandosi. Sembrava quasi che gli alberi, sotto a quel caldissimo sole, tentassero di farsi aria da soli, agitando le mani e le foglie ne godevano, socializzando fra di loro. C’era poco da ammettere, intanto l’estate era più calda del solito, sotto al sole cocente e poi le foglie erano molto più brave di me ad integrarsi. Forse perché facevano parte di una stessa chioma. Ma io facevo parte dello stesso paese degli altri bambini, perché io non andavo così bene?

 

Stavo seduto sotto ad un albero, vicino alla chiesa solitaria e silente dopo la festa della domenica. I bambini, tuttavia, lì erano pochi, giocare a calcio per i maschi era il rito della domenica. I ragazzini poco più grandi si mescolavano fra i bambini con la stessa popolarità delle stars fra le persone normali che un po’ le adorano e un po’ le ammirano. Avrei giocato, ma quando si tratta di gruppi di amicizie consolidate, la faccenda si fa troppo elitaria e non mi sarei finto uno di loro per giocare un po’ a pallone. Io ero diverso, non mi sarei cancellato omologandomi a loro per una palla e qualche tiro. I giochi segreti delle foglie erano comunque sani e i comportamenti bizzarri e organizzati delle formiche in terra sarebbero stati molto più interessanti delle chiacchiere inutili dei bambini. Non mi restava che studiarli, come studiavo le formiche e ammirarli, come ammiravo gli orizzonti infiniti o i confini segnati dalle cime degli alberi.

 

Cosa c’era da scoprire dietro alle loro abitudini, dietro ai loro movimenti …? E le maschere? Quante erano già le maschere?

 

Poi notai qualcosa di particolare che attirò tutta la mia attenzione. Una chioma dorata si nascondeva dal sole, ad un angolo della chiesa. Lo osservai, ancor più curioso. Sembrava più piccolo di me o forse aveva la mia stessa età. Era un bambino, dal viso tondo e pallido. Era una macchia di colori adagiata alla parete come un’imperfezione o un’animale malamente mimetizzato. I suoi occhi sbirciavano da lontano i bambini giocare, ma non me … rimasi fermo a guardarlo.

 

Lui si alzò, andò ad un altro lato della chiesa per non farsi vedere dal gruppo, i suoi teneri passi controllavano una palla che non esisteva. Io aguzzai lo sguardo per continuare a seguirlo, da lontano. Poi una palla vera finì tra i suoi piedi, lui la inseguì goffamente nella direzione verso cui era balzata via. Raggiunta si voltò a guardare in direzione del gruppo, due bambini, inseguiti da un ragazzo, gli erano già addosso per riprendersi la palla.

 

<< È vostra?>>, chiese imbarazzato, quel bambino.

 

<< Ma spostati! Lascia la palla!>>, gli risposero le piccole pesti, più piccole e fastidiose di lui.

 

<< Posso unirmi a voi?>>, tentò il biondo con una gentilezza che sembrava finta.

 

<< Non sa giocare!>>, disse subito uno dei bambini e corse al gruppo.

 

Giunsi anch’io e chiesi al biondino:<< Che problemi hai?>>.

 

Ma questo si voltò emozionato e andò via impaurito.

 

Soffiai, << Biondo! Vuoi farlo un tiro o no?>>.

 

Il bimbo mi guardò di nascosto.

 

<< E che vuoi? Chi è questo???>>, si lamentò il ragazzo vicino a noi.

 

Io gli rubai la palla correndo rapidamente verso la porta e segnai un goal per il biondo.

 

<< Sei forte!>>, esultò un bambino. << Puoi entrare nella nostra quadra! Noi siamo quelli che vincono!>>.

 

<< E quello lì biondo non lo fate giocare?>>.

 

<< Lui non può giocare, non sa tirare! Ci farebbe perdere!>>.

 

Guardai la chioma bionda allontanarsi dalla piazza e dissi al presuntuoso:<< Siete dei perdenti … Calci come una bambina!>>.

 

<< Io sono più forte! Vuoi sfidarmi?>>, s’intromise quello che sembrava suo gemello.

 

<< La mia vittoria su di te non vale una pallina!>>, risposi.

 

<< Non vuoi sfidarmi! Allora hai già perso!>>.

 

Alzai le spalle, indifferente e raggiunsi di corsa il piccolo biondo.

 

<< Non volevi giocare? Perché non lo fai?>>, gli chiesi.

 

<< Tu non volevi giocare?>>, domandò lui.

 

<< Non con loro>>.

 

<< Nemmeno io!>>.

 

Sorrisi, qualcuno iniziava a capirmi … << Perché ti nascondi?>>.

 

<< Io non mi nascondo>>.

 

<< Non avevi il coraggio di parlare con quei bambini? Ti manca la forza? Il coraggio è anche la forza>>.

 

<< Ma loro sono più di me e sono anche più bravi. Io li rallenterei>>.

 

<< Credi a tutto, di solito?>>.

 

<< No!>>.

 

<< Ma a quelli lì ci credi>>.

 

<< Hanno ragione, io non so tirare>>.

 

<< Quanto giochi a calcio?>>.

 

<< Non quanto loro … >>.

 

<< Non mi lamenterei allora, se vuoi essere più bravo devi giocare di più … >>.

 

<< Tu sei da solo? Quando arrivano i tuoi genitori?>>.

 

<< Mia nonna è qui in patronato, i tuoi?>>, gli risposi.

 

<<Anche loro sono in patronato>>.

 

Guardai i suoi brillanti e fragili occhi verdi, cercando di capire il suo animo sfuggente.

 

<< Tu hai mai sentito parlare di quella famiglia che vedeva i fantasmi?>>, domandò camminando.

 

Io gli rimasi affianco, incuriosito, << Sì>>, risposi.

 

<< Il figlio di quella coppia veniva alla nostra scuola, forse lo ho visto una volta! Mi hanno raccontato, quelli che stavano in classe con lui, che quando è venuto un temporale è proprio impazzito! Non capiva cosa succedesse>>.

 

<< Gli era successo qualcosa>>, lo giustificai.

 

<< Cosa?>>.

 

<< Come tu hai paura di farti valere, lui aveva le sue paure!>>.

 

<< E tu hai paure?>>.

 

<< No>>, risposi secco. << Comunque c’ero, quel giorno … >>.

 

<< E tu cosa hai fatto?>>.

 

<< Niente. Non lo so perché si sia comportato così. Ma qualcosa gli è successo>>.

 

<< Tu credi alle loro storie? Esistono davvero i fantasmi?>>.

 

<< Se esistono sono affari loro>>, risposi. Dovevo portare il discorso per altre strade o lasciarlo cadere nel silenzio subito … era una strada troppo tortuosa, quella del mistero, non l’avrei ripercorsa, era troppo per me. Probabilmente non volevo nemmeno provare a capire qualcosa che poteva essere peggiore di come me l’aspettavo…

 

Lui rise, << I miei genitori dicono che non ci sono se vai a letto presto>>.

 

<< Non ho mai sentito questa cosa>>. Poi tirai un calcio a un ramoscello secco facendolo rimbalzare fra i sassi e nascondere tra i fili d’erba, per noia. << E poi quel bambino mi ha detto che i misteri non vivono solo di notte. Se non sa lui, a chi dovremmo credere?>>.

 

<< Ma quello era pazzo … non gli crederai davvero>>.

 

<< Se qualcosa di vero c’è, sei tu pazzo e lui solo un vero esperto! Ma tu non puoi saperlo. Nemmeno io. Chi è il pazzo qua? Tutti? Nessuno? Tu?>>.

 

<< E allora chi può saperlo?>>.

 

Guardai il cielo, come se vi fosse una risposta scritta e sospirai, << La verità la fanno le persone … o almeno, la nostra parte di verità. Così mi hanno detto>>.

 

<< Perché? Quante verità esistono?>>.

 

<< Beh … Esistono le verità che ci immaginiamo … e le verità che sono così anche senza che nessuno ci pensi>>.

 

<< E quale è vera?>>.

 

<< Immagino che dipenda dal tuo sistema di riferimento. Guarda che le cose sono relative già da un secolo. Non sai cos’è la fisica?>>.

 

Scosse la testa, << Le scienze …?>>.

 

<< Beh. Non sarai un genio o un appassionato ma qualcosa la dovresti sapere!>>.

 

Abbassò lo sguardo, poi i suoi occhi verdi, fragili, cercarono rapidamente i miei e mi chiese:<< Tu conoscevi quel bambino?>>.

 

<< Sì>>.

 

<< Lui com’era?>>.

 

<< Era un bambino, come noi. Aveva paura di troppe cose. Tu? Come ti chiami?>>.

 

<< Alberto>>, mi rispose.

 

<< E tu vuoi diventare come lui? Marionetta dei tuoi timori?>>.

 

<< No, no … >>.

 

Lo sottoposi ad uno sguardo indagatore, cercando il timore nei suoi movimenti e nei suoi occhi tenerelli.

 

<< Beh. Ne sei sicuro?>>, indagai.

 

<< Sì!>>.

 

<< Allora affronta la tua paura. Impara a giocare a palla se è quello che ti serve. Ma sconfiggi la tua ombra prima che essa diventi te intero!!>>.

 

Si guardò l’ombra, spaventato. << Cosa?>>.

 

Soffiai, scocciato, << Sei un debole, devi solo affrontarti, adesso>>. Lo guardai con disprezzo:<< A cosa ti serve essere diverso se non sai affermare te stesso?>>.

 

<< Non lo so>>, mi rispose. Ma non riuscii a capire se aveva colto veramente il significato delle mie parole.

 

<< Thomas!>>, mi chiamava mia nonna, cercandomi. << Thomas, dove sei?>>.

 

Alzai un braccio, << Sono qui!>>, le risposi. Poi guardai Alberto, << Io devo tornare a casa>>.

 

<< Come ti chiami?>>, chiese lui subito.

 

<< Thomas, non hai sentito? Probabilmente mi ritroverai qui fra una settimana>>.

 

<< Ma andiamo alla stessa scuola!>>.

 

<< Ho capito che intendi>>, dissi, iniziando a camminare lentamente verso mia nonna, << Cercami pure lì, allora>>.

 

<< Domani in giardino, quando faremo merenda?>>.

 

<< Può darsi>>. Lo salutai con la mano e andai via.

 

<< Ci vediamo domani!>>, insistette.

 

Mia nonna mi accolse con uno strano sorriso, << Chi è quel bambino?>>.

 

<< Alberto>>.

 

<< Quindi hai un nuovo amico? È un tuo amico, quello?>>, domandò emozionata.

 

<< Uno appena conosciuto>>.

 

<< Non sarà un altro un po’ pazzerello>>.

 

<< Non è pazzo. È un po’ tonto>>.

 

<< Tonto, dici?>>, poi tossì una risata e accompagnandomi verso il parcheggio disse:<< Rispetto a te, ognuno di quei bambini dovrebbe esserlo>>.

 

<< Infatti è solo uno fra i tanti>>.

 

<< Rispetto a te, ho detto io>>.

 

<< No, tonti e basta. Sono così>>.

 

<< Thomas, sei un maleducato, chi ti insegna il rispetto?>>.

 

<< Io rispetto le persone di testa!>>.

 

<< Tu non sai cosa sia il rispetto! Dov’è l’umiltà?>>.

 

<< A che ti serve? A esser più servizievole per i più furbi di te?>>.

 

<< Tu non sei un bravo bambino! La tua mente la devi usare per il bene comune!>>.

 

<< So cosa sono>>, risposi.

 

<< Cosa sei?>>.

 

Un incompreso, avrei risposto. << Ciò che vedi>>, mi limitai a dire. Perché sì, la mia capacità di vedere col pensiero andava oltre il contenuto insoddisfacente di qualsiasi parola e oltre alla comprensione delle comuni persone che mi circondavano … Un tono d’amarezza mi colse e nient’altro …

 

 

 

Nonna a casa raccontò a tutti della nuova amicizia e già fui obbligato a fare in modo di invitarlo a pranzo nelle prossime settimane. Ma se quel biondo non mi sarebbe poi piaciuto, non lo avrei invitato, sicuro. Io stavo bene con me, non con altri a rallentarmi … Ma poteva comunque succedere qualsiasi cosa! Forse mi avrebbe insegnato qualcosa di nuovo, in fondo lo era, qualcosa di nuovo per me.

 

Il giorno seguente sbirciai un po’ per curiosità e un po’ per dovere, nel cortile della scuola, ma nessuna testa bionda corrispondeva alla sua. Provai allora a cercare pigramente negli angoli più nascosti, dove un debole come lui non poteva che nascondersi da ogni minaccia maggiore. Ma niente. O forse non c’era … o forse se n’era dimenticato … o forse non era potuto uscire, semplicemente.

 

Un gruppo di bambine gridò e scappò assumendo espressioni buffissime, diedi un’occhiata al gruppo di bambini che circondavano qualcosa, estremamente catturati dalla situazione. Io mi avvicinai, guardai meglio, mi alzai sulle punte per vedere oltre le spalle dei bambini davanti a me. Una chioma gialla sbucava dietro di essi, ma non riuscivo a vedere chi fosse. Poteva essere il bambino che cercavo, quello? Ma così tanto popolare o interessante, lui? Forse non lo avevo capito, forse lo immaginavo diverso da com’era in realtà. Altri, spaventati, abbandonarono il gruppo e così potei infilarmi al posto loro, guardando la scena. Era un misterioso Alberto che esponeva fieramente l’insetto appena catturato. Una cavalletta gigantesca che terrorizzava le bambine e i bambini meno coraggiosi.

 

Io guardai l’insetto ingoiando il timore e cercai l’Alberto che non conoscevo, in quegli occhi verdi non più fragili, bensì vispi e vivi. Lui mi riconobbe subito e allungò la mano pericolosamente aperta con la cavalletta verso di me, << Eccone uno che non scapperà!>>.

 

Abbozzai un sorriso, un poco fiero, ma indietreggiai di un passo inorridendo per l’insetto e per la mia posizione centrale nello spettacolo … guardai l’insetto pronto a scattarmi addosso e mi scansai corrugando la fronte, << Eah … >>, commentai disgustato.

 

<< Ma come? Questa è bellissima! Non avrai paura>>, e richiuse l’insetto in un proprio pugno, avvicinandoselo.

 

<< Che quell’orrore non mi si attacchi addosso!!>>, risposi, guardando ancora un po’ per poi allontanarmi sazio di quella stramba visione. << Vienimi a cercare senza quel sudicio ... insetto >>.

 

<< Dai, amici, è finita per oggi>>, e lanciò via l’insetto per poter seguirmi. << Pensavo ti piacesse!>>.

 

<< Ma no!>>, risposi. << Perché mai?>>.

 

<< Oh, ma … è molto più di quel che sembra!>>.

 

M’incuriosì, << Tipo?>>.

 

<< Beh in Italia abbiamo quasi 300 specie di cavallette, sono state in grado di colonizzare moltissimi ambienti. Hanno anche la capacità di mimetizzarsi nell’ambiente in cui vivono! È un po’ difficile trovarle, bisogna aguzzare la vista!>>.

 

<< Oh, ti piacciono altri insetti?>>.

 

<< Sì! Ho una collezione di insetti a casa!>>.

 

<< Vivi?>>.

 

<< Quelli facili da trovare sì, pensavo di fare una teca per le formiche!>>.

 

<< E a cosa ti serve?>>.

 

<< Beh! Per osservare la mia piccola colonia crescere … >>.

 

<< Forte>>, ammisi, un po’ sconvolto.

 

<< Perché quella brutta faccia?>>.

 

<< Non sono abituato ad apprezzare gli insetti … >>.

 

<< Sono molti molti di più degli esseri umani, qui>>.

 

<< Forte! Sì, doveva essere scontato … >>.

 

<< Vuoi vedere quelli che ho in casa?>>.

 

Non mi trattenni una smorfia di disgusto ma risposi con interesse:<< Vedremo … >>.

 

<< Significa no?>>.

 

<< Significa: Vedremo. O meglio: vedrò>>.

 

<< E tu cosa fai nel tempo libero?>>.

 

<< Ah, tu fai questo nel tempo libero?>>, guardai le sue sporche mani e socchiusi gli occhi, << Quante bestie hai toccato con quelle dita, oggi?>>.

 

S’imbronciò, << Cosa?>>.

 

<< E comunque a volte studio … a volte vado a caccia di misteri … a volte costruisco cose>>.

 

S’accese d’interesse subito:<< Misteri? Che genere di misteri?>>.

 

<< Oh, quelli che mi capitano … >>, ammisi sprofondando in una nebbia di disagio ed imbarazzo. Non volevo mostrarmi un sognatore … io ero pratico, cosa avrebbe pensato di me, scoprendo il mio lato paranormale? Non mi avrebbe compreso.

 

<< Fammi un esempio!>>, continuò con grande entusiasmo.

 

“Dove siete?”, s’insinuò insistentemente un ricordo …

 

<< In realtà è da tanto che non lo faccio sul serio … >>, ammisi. << Ultimamente studio e costruisco>>.

 

Lui mi guardò incuriosito e dopo del soffice, spazioso silenzio, aggiunse:<< Ma tu sembri spaventato>>.

 

<< Tu … >>, ed alzai un dito, cercando d’impormi, di difendermi:<< … non sai io cosa sono!>>.

 

<< Magari non so cosa sei … ma so bene cosa sembri!>>, tentò allora, titubante. << Successo qualcosa?>>.

 

<< No, niente>>.

 

Venne a chiamarci, fin in cortile, il suono della campanella e lui, ancora perplesso, mi disse:<< Domani? Qui?>>.

 

<< Fai come vuoi>>.

 

<< Sì. Ma tu?>>.

 

<< Anche io farò come voglio>>, gli diedi le spalle ma sbirciai in sua direzione con lo sguardo, aspettandomi un’imposizione del suo volere che non ottenni mai …

 

<< Okay … >>, si arrese, deluso, solamente.

 

Non mi rimase che restarne perplesso io stesso! Ma quale mistero, quegli occhi verdi, fragili e vispi! Si trattava dunque di un duro o di un curioso vile addomesticato?

 

Ed il suo volere? Cosa voleva? Cosa cercava? Come lo otteneva? Ma c’era?

 

Tornato a casa, dopo aver fatto i miei compiti, m’immersi nel tempo libero con un nuovo mistero per la testa e delle nuove curiosità. Sbirciai, per esempio, nel web, in cerca dell’oggetto del desiderio di quel piccolo biondino. Che aspetto aveva questa teca per insetti? Cosa poteva accadervi, di tanto interessante, al suo interno? Dei titoli di video attirarono la mia attenzione, “La mia colonia pianifica di evadere”, “Io e la mia colonia di formiche”, diverse persone, online, raccontavano la nascita e lo sviluppo delle loro colonie personali e ciò mi incuriosì a dismisura. Non guardai il prezzo di alcuna teca, bensì come farla … Sì, l’avrei fatta. Ma poi? L’avrei anche curata? Forse no … Forse Alberto era l’ideale per far vivere una colonia in scatola …

 

Avrei dovuto avvisarlo subito e pianificare il tutto con lui ma … come avrei potuto sprecare un’occasione, inseguendolo per questa faccenda degli insetti? L’occasione per capire il mistero dei suoi occhi fragili e vispi era già pronta per aspettarmi il giorno seguente. Alberto mi avrebbe aspettato e non mi avrebbe trovato. Così, io, avrei potuto testare le sue reazioni deboli o ardenti, ma qualcosa mi suggeriva già che l’esperimento non sarebbe riuscito così facilmente. La sua fragilità forse era solo mutevole, cambiava forma … ma sicuramente doveva dominarlo, altrimenti come mi sarei mai spiegato il suo debole apparire? C’era qualcosa di poco chiaro in lui e lui questo lo sapeva?

 

Così, il giorno dopo, non andai a trovarlo al posto prestabilito ma, rubato silenziosamente il secondo telefono di mio padre, quel mattino, cercai un luogo inosservato dove continuare con le ricerche in merito ai formicai. L’impazienza popolava le mie vene e non riusciva a stare nelle ore dell’orologio, non poteva aspettare e se anche avessi cercato di incastrare l’impazienza dentro a quelle ore, quelle si sarebbero ingrossate a dismisura e non sarebbero mai più passate. Mi sedetti dietro ad una scala per le evacuazioni, circondata da piante non potate, ma non mi sentii molto solo … mi guardai attorno e notai subito delle ciocche gialle sbucare fra i rami della pianta alle mie spalle. Soffiai, sicuramente quel biondo mi spiava. Un altro impaziente che non sapeva stare al suo posto? M’alzai, zitto zitto e sbirciai oltre le foglie intricate coi rami. Una macchia di colori singhiozzante si voltò a rivolgermi gli occhi verdi e rossi addosso e mi disse piano piano di andarmene. Così, costretto a provar imbarazzo per quella voce penosa, feci il giro della pianta per stare un po’ a sentire, << Alberto?>>.

 

Si nascondeva?

 

<< Non oggi, facciamo domani>>.

 

Beh, e a questo punto, che dire? Avrei dovuto essere io a respingerlo, quel giorno, ma ero stato respinto prima che lui se ne potesse accorgere! Che sorpresa, che disdetta e che … succedeva? Piangeva? Si nascondeva? Ma che accadeva? << Convinto?>>, domandai, perplesso.

 

<< Domani>>.

 

Rimasi ancora un po’ lì fermo, a chiedermi di lui ma poi andai via a cercare un altro posto. L’intervallo volò, consumato dai miei pensieri, prima che potessi ricominciare la mia ricerca via internet.

 

<< Tu ami Ranocchio!>>, scherzavano, pungenti, i miei compagni di banco facendo imbarazzare una bambina biondina dagli occhi azzurri ed il faccino tondo.

 

Uscimmo dall’aula che ancora quei bambini giocavano ad infastidire la bambina, Angela. Ogni giorno avevano un motivo diverso, una persona diversa ed un gioco tutto nuovo. Solo mi chiedevo di quale Ranocchio stessero parlando, quel giorno.

 

<< E diventerà un principe azzurro quando lo bacerai?>>, insistette il coro. << Angela e l’Azzurro, Angela e il Ranocchio>>.

 

<< Non è vero!>>, s’ostinò lei. << Bugia!>>.

 

<< Andrai a vivere nei fossi?>>, le chiese un bambino più minaccioso, più sicuro.

 

Ammirai la sua forza, ma dovetti ragionare della superficialità delle sue parole. A meno che … non ci fosse stata effettivamente una storia bizzarra sulle rane, ma questa faccenda sapeva troppo di bizzarro per finire nella lista dei misteri … Angela ed un ranocchio? Dove stava il collegamento? Forse Angela aveva solo trovato un vero ranocchio. Qui mi incuriosii, una femmina alle prese con piccole bestie viscide? Piccolo, biondo, angelo selvaggio? Quella lì gentile e composta? La guardai e quando il suo sguardo, verso l’uscita, incrociò il mio, le lanciai un sorriso che la fece arrossire e scappare. Non era una presa in giro la mia! Ma dove correva, adesso? Le femmine!

 

<< Scappa la bambola! Scappa!>>, ridevano i fastidiosi bambini.

 

<< Che ne dite?>>, propose uno di loro, << La togliamo al Ranocchio?>>.

 

Mi fermai, fingendo di sistemare dei libri nello zaino ed origliai il resto delle parole, colpito.

 

<< Togliere? Come?>>, chiese il piccolo.

 

<< Ranocchio non avrà la fidanzata prima di noi>>, disse quello minaccioso.

 

<< Ah!>>, dissero tutti e quattro in coro, poi un bambino magro e dai capelli neri quasi rasati disse:<< Posso provare io! Voglio avere io la fidanzata prima di lui!>>.

 

<< La prendi tu?>>, domandò uno dai capelli rossi e fece le spallucce, << Non è male, è carina, ti starebbe bene>>.

 

Non seppi controllare perfettamente la mia espressione perplessa e sconvolta, quindi andai verso i cancelli per evitare gli attaccabrighe ma chiedendomi i perché. Perché lei? Perché sottrarla a chi? Perché una fidanzata? A nove anni? La fidanzata! Ma che programmi televisivi si guardavano, quei poveri ipnotizzati da chissà cosa? Irrazionali e piccoli animali … Ma forti. Ma veri forti? Forse c’era un modo finto d’esser forti, ma certo! Sì, ed era ben diverso … Se la forza era la forza d’esprimere il proprio volere, legato al proprio esistere e pensare … Copiare esempi forti era oscurare il proprio personale volere, la propria anima col suo proprio carattere! Copiare un esempio già forte era inoltre vile, cosa aveva a che fare la forza con questo? Oscurava la volontà, andava a braccetto con la viltà. Non era apprezzabile questo! Nemmeno da me!

 

Succedeva qualcosa, ma cosa?

 

Il giorno dopo, tornato in classe, sbirciai la situazione. Semplicemente nessuno importunava Angela e non successe altro di rilevante. In giardino trovai Alberto, poggiato ad un albero, ai margini del giardino:<< Alberto!>>, lo chiamai, raggiugendolo.

 

Lui mi guardò, un poco triste e scocciato, << Come va?>>.

 

<< Hai presente quella teca di cui parlavi? Per le formiche>>.

 

<< Sì, certo. La voglio ancora>>.

 

<< Sapresti davvero occuparti di una colonia?>>.

 

Notai con la coda dell’occhio delle bambine guardarci e ridacchiare. Non ci feci caso. Però la scena si ripeté con altri e poi con altri ancora …

 

Infastidito smisi di ascoltare le chiacchiere di Alberto che descrivevano precisamente come curarsi di una piccola colonia. Mi rivolsi a pugni stretti verso il primo gruppo che rise di nuovo di noi, acciuffai una di quelle bambine e le chiesi:<< Ma che ridi? Che hai da ridere guardando in qua??>>.

 

<< Lo fanno tutti … >>, si giustificò lei con occhi lucidi e senza senso.

 

La lasciai disgustato, << Tu pensi?>>.

 

<< Io sì che penso!>>.

 

<< Pareva … >>, le risposi ironico e lanciai un’occhiataccia ai bambini che guardavano verso di noi senza aggiunger niente. Poi guardai le sue amiche:<< Chi ride? Chi ha iniziato?>>.

 

<< Nicola!>>, disse una di loro, << Ma non fare il mio nome!>>.

 

E chi lo sapeva il suo nome? << Ti tiri fuori dai guai, eh? Cos’ha da ridere questo Nicola?>>.

 

La bambina, come sfidata, tentò allora di farsi forte ma dei balbettii uscirono dalle sue fragili labbra mentre i suoi occhi non desideravano che vedermi svanire:<< Chiedilo al Ra… tuo amico>>.

 

Guardai Alberto che arrossiva come una femminuccia e alzai lo sguardo, << Che qualcuno mi dica! Dimmi! Alberto, dimmi! Cos’è sta storia? Date tutti di pazzo in questi due giorni!>>.

 

<< Non voglio parlarne qua!>>.

 

<< Ma sembra che tutti sappiano tranne me. Che cosa devi nascondere?>>.

 

<< Non voglio affermare le loro parole! Scherzano pesante!>>.

 

<< Ti ha offeso, eh, questo Nicola? E tu non li hai gli artigli?>>.

 

<< Che cosa? Non si fa la guerra! Voglio imparare di meglio, io!>>.

 

<< Ma se non vuoi fare la guerra, in un mondo di lupi, devi avere uno sguardo tale da incutere timore. Il tuo sguardo è fragile, non è fermo … chiede pietà, non chiede rispetto e nessuno te lo regalerà fuori casa>>.

 

<< Che cosa?>>.

 

<< Ma che ne sa>>, dissi fra me, era solo un bambino.

 

<< Ne parliamo dopo scuola … >>, farfugliò combattuto.

 

<< Va bene, ti passo il mio indirizzo, vienimi a trovare oggi. I miei genitori volevano comunque conoscerti>>.

 

Abbozzò un sorriso e soffiò, << Bello>>, ed espressivo meno di me, non aggiunse altro.

 

Quel giorno venne a trovarmi, mia mamma si accordò con la sua per trattenerlo a cena. Tutto ciò era del tutto aspettato. Le cose procedevano come dovevano: io avevo assicurato alla mia famiglia un amico al mio fianco a cui tanto tenevano e avrei costruito una colonia personale.

 

<< Allora>>, dissi ad Alberto, guardandolo passeggiare per il giardino. Mi sedetti con una macchina elettrica in miniatura e la lasciai saltellare sul ruvido marciapiede, guidandola nella sua instabile corsa fino a che non s’inceppò al primo ostacolo, impiantandosi sull’erba. << Cos’era la storia di oggi?>>.

 

<< Perché ridevano?>>.

 

<< Proprio quello>>, risposi.

 

<< Oh, Nicola è stato proprio antipatico a dirmi d’esser brutto come un ranocchio>>.

 

<< Secondo quale criterio?>>, domandai confuso, guardando il suo viso sano e ordinato. << Come lo ha capito?>>.

 

<< Perché non lo sono?>>.

 

<< Eppure mi sembrerebbe di no>>, ma continuai ad osservarlo in cerca di somiglianze vaghe. Strinsi gli angoli della bocca, alzando le spalle, << Mah!! Partito dal nulla?>>.

 

<< Sì! Sì! Gratuitamente, così!>>.

 

<< Succedono così le cose brutte, mica ti avvisano, di solito>>, riacciuffai la macchinina.

 

<< A volte sì che ti avvisano, le cose brutte … >>.

 

<< Ah, sì. Delle volte, può essere>>, e la rimisi sul marciapiede manovrandola col telecomando.

 

<< Però c’è un lato positivo!>>, ed accese un sorriso.

 

Lo guardai incuriosito, << Dov’è il lato positivo? Ti sei fatto forte?>>.

 

<< Oh, no, no, meglio … >>.

 

Sorrisi e mi sporsi verso di lui, ancor più curioso, << Dimmi! Dimmi!>>.

 

<< Dicono che una bionda Angela si sia innamorata di me>>.

 

<< Oh! Angela! Sì, sei tu Ranocchio!>>.

 

E s’imbronciò, ferito.

 

<< Sì, è in classe con me, la prendono in giro per la questione>>.

 

<< E com’è? È bella?>>.

 

<< Mi sembra una bambina, perché?>>.

 

<< Perché … potrei conoscerla!>>.

 

<< Ma sei piccolo, vuoi già la fidanzata?>>.

 

<< Ho dieci anni! Sono abbastanza cresciuto>>.

 

<< Oh, va bene. Ma che te ne fai?>>.

 

<< Beh, intanto ce l’avrò!>>.

 

<< Ma che storie sono queste?>>, gettai lo sguardo altrove, come se i miei occhi si fossero scottati alla vista di tanta forza irrazionale. << E comunque non saprei, altri bambini la vogliono>>.

 

<< Allora è proprio carina!>>, e gli si accese un gran bel sorriso che non conosceva debolezza e non conosceva vittoria, << Le piaccio!!>>.

 

<< Oh, calma, sì. E allora?>>.

 

<< Ma tu non capisci niente!>>.

 

<< Ah, io? E come competi con quegli altri?>>.

 

<< Ma quali altri? Quali altri! Le piaccio io!>>.

 

<< Su, non esserne sicuro. Non la conosci. Le mostrerai la tua collezione di insetti? Sono bambine, vogliono cose graziose e belle. E poi … e poi vince il più forte! Dove sei forte, tu?>>.

 

Si sedette ad una panchina e mi guardò con sospetto, poi disse:<< Tu saresti un forte?>>.

 

<< Potrei dilettarmi ad esserlo>>.

 

<< Perché vuoi così tanto i forti?>>.

 

<< Io non ho bisogno dell’appoggio dei forti. Non mi credo un debole>>.

 

<< Perché questa distinzione così netta? Perché dici sempre dei forti e dei deboli? Cosa te ne importa?>>.

 

<< Me ne importa>>, ed un sospiro trasportò i miei pensieri verso Mattia, il mio povero amico caduto innanzi ad una realtà che neppure io sapevo considerare.

 

<< Cosa è successo a te?>>.

 

Lo guardai zitto, chiedendomi se parlargli della mia vita o se mettergli il gioco fra le mani e distrarlo con le cose comuni … invece lo dissi, << Io ero amico di Mattia, eravamo simili>>.

 

Lo stupore comparve sul suo viso, << Simili? Tu eri maledetto come lui?>>, sussurrò, come per non disturbare la maledizione.

 

<< No, lui era sano. Credevo … fosse all’altezza di superare il limite con me, lo portai a Calà di notte e … >>.

 

Ma subito, con fastidiosa curiosità m’interruppe chiedendomi:<< Di superare che limite?>>.

 

<< La paura e l’inconoscibile>>. Lo guardai, incapace di esprimere il limite:<<L’infinito, il mistero>>.

 

<< E come faceva ad essere pronto a farlo?>>.

 

<< … sapeva stare con me, io ero me stesso, nessuno mi voleva veramente, ero diverso … Avere un carattere vero richiede forza, volontà, chiarezza, coraggio … solo così sei tu, altrimenti … è quasi come se tu non ci fossi! È come se tu fossi un numero, ne esistono già tanti … Una persona non è un numero, è inimitabile, unica, inestimabile. Lui stava con me, doveva pur essere forte!>>.

 

<< Cosa successe a Calà?>>.

 

<< Lui vide la verità … forse più vicino di quanto non la vidi io … perché se la tenne con sé e io … non capii niente>>.

 

<< La verità?>>.

 

<< Esatto. Quel che successe che io non ricordo>>.

 

<< Non ricordi cosa successe a Calà?>>.

 

<< Ormai è passato un anno, ho solo il ricordo di un sogno bizzarro>>.

 

<< Oh. Quindi a Calà c’è qualcosa?>>.

 

“Dove siete?”, si dilettò a spaventarmi, la mia memoria. << Io non credo che il mistero giaccia a Calà>>.

 

<< Credi … che sia ovunque?>>.

 

<< Non so in che cosa credere>>.

 

<< Credi che sia Dio?>>.

 

<< Non so cosa sia>>, ammisi.

 

<< Con chi ne hai parlato?>>.

 

<< Con me stesso>>, poi guardai la sua espressione seria, << E con te, ora>>.

 

<< Hai più avuto notizie di Mattia?>>.

 

<< No>>.

 

<< E sei rimasto solo?>>.

 

<< Sì>>.

 

<< Ti dispiace?>>.

 

<< Non saprei … >>.

 

<< Quindi tu vuoi i forti perché il mistero ha travolto il tuo amico? Dov’è il senso?>>.

 

<< Ha senso la forza se vuoi andare avanti … se vuoi essere, se hai un volere … se sei vivo>>.

 

<< Cosa farai quando diventerai un forte?>>.

 

<< Non so neanche questo … >>, e strappai qualche filo d’erba dal prato, distratto, << Affermerò il mio volere, forse solo verso me stesso … affermerò di essere>>.

 

<< Essere?>>.

 

<< Sì>>.

 

<< E cosa?>>.

 

<< Essere … >>, ci pensai, improvvisando. Poggiai la testa e la schiena fra i fiori e l’erba guardando le nuvole minacciose che scivolavano sul cielo espandendosi e macchiando il celeste dei sogni, << … Vivo?>>.

 

<< Io non credo che si faccia così>>, disse, poi s’alzò all’improvviso e inseguì qualcosa di piccolo ed invisibile che correva nell’erba.

 

Lo guardai incuriosito, senza dire nulla.

 

Lui giocava, forse col vento, inseguendo l’invisibile con gli occhi puntati alle onde dei fili d’erba. Poi lanciò le mani a terra, guardò subito in là, saltò cercando ancora di acchiapparlo. Poi verso di me, corse, non guardava nemmeno dove camminava. Io alzai un piede facendolo inciampare mentre mi scavalcava e rotolò per terra. Risi, lo guardai rialzarsi lamentoso e mi spinse, << L’ho perso! L’ho perso!>>. Persino il mio cane, che lo seguiva incuriosito, aveva un’aria un po’ perplessa.

 

<< Ma che guardi fra quelle foglie?>>, dissi guardandolo spiare un cumolo di foglie rinsecchite.

 

<< Sapessi che ragno! Quello era fortissimo!>>.

 

<< Sì … >>, risposi sconsolato, il filo del mio discorso era perso … E cosa avrei affermato, dunque? Che essere? Cos’avrei trovato …? Attesi la fine dei suoi lieti giochi, avrei dovuto invidiare la sua leggerezza, ma forse di invidia … non ne possedevo.

 

 

 

CAPITOLO 3 - INSIEME

 

<< Benvenuto!>>, m’invitava calorosamente sua madre, accogliendomi in casa. << Alberto è in camera sua, sta facendo i compiti! Vai su a raggiungerlo, prima porta a destra>>, e mi indicò le scale.

 

Guardai le scale e le salii piano piano, guardando quell’adorabile casa modesta.

 

<< Sono qui!>>, mi disse Alberto, con una strana voce.

 

Aprii la porta da cui provenne il suono, lui se ne stava seduto sul letto a giocare con una console in mano, << Sì … così!!>>.

 

Ma era così concentrato che pensai di aspettare che finisse il suo gioco, intanto guardai la sua camera, era piccola, disordinata, piena di insetti conservati in un sacco di modi diversi. Dei poster di fotografie e di disegni sul tema stavano su qualche mobile e parete, un libro di insetti stava sulla scrivania fra le cose che avrebbe dovuto studiare o che forse aveva già studiato.

 

<< Ho finito! Ho finito!>>, mi assicurò tenendo gli occhi fissi sul piccolo schermo.

 

<< Ho la teca>>, e gli mostrai la borsa che tenevo in mano, << Mio zio mi ha aiutato a farla>>.

 

<< Oh! Grazie! Appoggiala là>>.

 

Socchiusi gli occhi guardandomi attorno, << Come? Hai idea di quanti “là” ci siano?>>.

 

<< Che ore sono?>>.

 

Guardai il mio orologio:<< Le due del pomeriggio, perché?>>.

 

Poggiò il gioco e curiosò nella borsa, << Oggi viene un’amica!>>.

 

<< Anche lei per le formiche?>>.

 

<< No no! È Angela! Aveva bisogno di un aiuto coi compiti! Tu sei bravo! Mi aiuterai a trattenerla, no? Insomma … la aiuterai e poi ci divertiremo con qualcosa, no?>>.

 

<< Ah, ma io venivo qui per le formiche, non per insegnare>>, risposi, vagamente scocciato o forse deluso.

 

<< Su, dai! Viene Angela! Dammi una mano!>>.

 

<< E va bene, va bene … però mi farai avere il mio formicaio?>>.

 

<< Sì … sì, ci penserò un’altra volta. Te lo darò pronto>>.

 

Angela rimase con noi molto poco, passò per i compiti, giocammo appena un’ora e volò via col resto delle ore, passate senza di lei, mentre Alberto fantasticava e chissà perché! Chissà di cosa!

 

La mia famiglia propose di conoscere la sua, qualche giorno dopo. Li invitarono tutti per una pizza in casa, io portai Alberto nelle mie stanze a costruire circuiti elementari e insegnargli i componenti del computer. Gli chiedevo impaziente quando mi avrebbe fatto ottenere la colonia ma rispondeva sempre che ci voleva ancora del tempo. Ed il tempo? Che cos’era il tempo? Accesi il computer e guardai su internet, mi si aprì il mondo della fisica moderna davanti, la relatività, e poi la poesia … filosofi … un nuovo mistero davanti ai miei occhi lanciava scintille multicolori nel mio piccolo mondo che andava costruendosi con le informazioni di volta in volta e ogni volta che provavo ad inseguirne una, quella s’allontanava, complicandosi, sfidandomi …

 

Mentre Alberto, assorbito dalla console e dalle cose piccole, inutili, mi lasciava sempre più perplesso.

 

<< Beh>>, cominciai io, un pomeriggio, seduti con un gelato in mano in una piazza,<< Cosa ci trovi in quel giochetto?>>.

 

<< Oh, sapessi! È bellissimo>>.

 

<< Sì, lo so>>, risposi, guardando le immagini accattivanti che correvano sul suo piccolo schermo. << Sembrerebbe un ottimo passatempo. Ma ora lo dovresti passare con me il tempo. O comunque, da qualsiasi cosa puoi imparare qualcosa … con quel coso lì, ti distrai e basta>>.

 

<< Ma è molto istruttivo! Mmm … magari non questo, ma alcuni lo sono, fanno incuriosire su alcuni fatti storici e altre cose … >>.

 

<< Sì>>, risposi diffidente e mi guardai le scarpe sbiancate dalla strada ghiaiosa da poco percorsa. Nel silenzio profondo, invaso da una noia soffocante, riflettei sulla strana inconsistenza del mio amico. L’unica cosa caratteristica e degna di nota sembrava la sua passione per gli insetti e questo poteva significare qualcosa? A cosa pensava, per esempio, anche solo in quel momento? Guardai i suoi occhi verdi concentrati ancora sul giochetto e la sua fronte liscia che non trapelava alcun pensiero, alcuna riflessione, alcuna sicurezza … niente. Che senso poteva mai avere essere niente? Cosa significava, come ci si sentiva? Ma poteva un umano essere proprio niente? Eppure una passiona l’aveva, ma sarebbe stato abbastanza forte da seguire la Sua strada? << Dai alzati, Ranocchio, andiamo a vedere qualcosa>>.

 

<< Come mi hai chiamato?>>, e mi rivolse quel suo sguardo vuoto addosso.

 

<< Io vado>>, lo avvisai raggiungendo la gelateria dove i nostri genitori si stavano perdendo in chiacchiere infinite.

 

<< A casa?>>, si mise in tasca il gioco e mi disse:<< Beh, potremmo andare a caccia di qualcosa … Potremmo fare a gara, chi trova l’insetto più grande vince!>>.

 

Accennai una smorfia di disgusto, << No!>>.

 

<< E non chiamarmi più Ranocchio!>>, tentò goffamente.

 

Lo guardai quasi ridendo della sua finta prepotenza. << Uh … >>, lo punzecchiai.

 

<< E perché lo fai?>>, continuò, lamentoso.

 

<< Quando avrai della forza avrai anche un soprannome migliore, questo ti si addice molto>>.

 

Abbassò lo sguardo, sconfitto dalle mie parole e andò a sedere alla panchina di prima.

 

Vorticosamente, un fragile formicolio nel mio stomaco, decise di farmi pensare a lungo all’eco delle mie parole e della sua commuovente sconfitta. Raggiunta la gelateria mi voltai a guardarlo, giocava, ma il suo sguardo non pareva più perso sullo schermo, pensava o ricordava?

 

Scossi la testa, c’era qualcosa che continuava a sfuggirmi. E così, trattenuto da qualcosa di insolito, dai miei piccoli dubbi, rimasi per così tanto tempo sospeso nell’indecisione, poggiato all’ingresso della gelateria, che i nostri genitori smisero di parlare e s’accorsero di noi, divisi. La colpa fu subito di Alberto, isolato col suo giochetto e rimase zitto a prender parole, pur di non rivelare il motivo che ci aveva fatto distanziare, pur di non pronunciare quel nome … fragile Ranocchio.

 

E mosso dalla rabbia per quell’ingiustizia insolitamente scivolata sul suo silenzio, decisi che forse io potevo aiutarlo e scuoterlo dalla sua inesistenza. Lui doveva essere. Almeno … almeno qualcosa, per carità!

 

Tornato a casa osservai con fierezza e noia la mia piccola colonia di formiche, sempre laboriosa ed ingegnosa. Accanto ad essa iniziai a progettare un ragno robotico che avevo visto in vetrina al negozio di giocattoli, avevo già preparato delle rotelle del bianchetto e un motore strappato da un vecchio gioco, mi serviva solo un interruttore, qualche filo conduttore e la struttura. Ma come avrei trasformato il movimento circolare del motore nel vibrare alternato delle zampine?

 

Il giorno dopo pensai di chiedere ad Alberto di giocarci con me, a quel caso, probabilmente della creatività lo avrebbe acceso d’uno spirito nuovo, un po’ più vivo e vero. Mi sedetti in giardino, all’intervallo, esaminando dalle scale, con occhio di falco, tutta la zona. Doveva essere in cerca di insetti a terra o di attirare l’attenzione di Angela. La individuai e tenni lo sguardo nella sua zona, aspettandomi che il mio amico facesse una comparsa, prima o poi. Lei si accorse di me e mi raggiunse, chiedendomi cosa facevo da solo lì.

 

<< Aspetto Albe … >>, risposi, insicuro. Albe? Non male ma se lo meritava il Ranocchio un soprannome del genere?

 

<< Non l’ho visto>>, mi disse lei. << Ma puoi scendere a giocare con noi>>.

 

Le sue amichette ridacchiarono fra di loro e chiesi:<< A che giocate?>>.

 

<< Salti e dadi! Lo ho inventato io!>>.

 

<< Oh! Forte, hai inventiva>>, la piccola pareva interessante. << Ma continuerò a cercare il mio amico>>.

 

La sua dolce vitalità smise di far luce su di me ed illuminò le sue amiche portandosele a giocare altrove.

 

La campanella suonò. Chiacchiere cupe e preoccupanti attraversavano il corridoio assieme a me.

 

<< È tutto rosso in faccia>>, sussurrava qualcuno. << Gli hanno dato forte … oh! Povero!>>.

 

Giunto in classe mi sedetti al mio posto e mi voltai ad ascoltare dei dialoghi altrettanto inquietanti, attraversato dai brividi:<< Lo hanno picchiato in bagno>>.

 

<< Cosa?>>, domandai.

 

Gli occhi dei bambini dietro di me mi guardarono tremanti:<< Hanno fermato un bambino dietro scuola, ho visto Leonardo tenerlo fermo da dietro … un bambino che non conosco lo prendeva a pugni … e altri della nostra classe lo aiutavano>>.

 

<< Lo aiutavano a liberarlo?>>, domandai sconcertato.

 

<< No … >>, ma non vollero dir altro.

 

Quelli che sapevano sembravano intimoriti e feriti, io ero colpito … e lo spavento dei bambini solleticò le mie difese. Perché questa ferocia? Perché era penetrata nei cancelli sicuri della scuola?

 

Come poteva essere che l’ombra della violenza macchiasse noi, così giovani?

 

Uscirono i nomi dei colpevoli ed il nome della povera vittima, Alberto. Quando la campanella suonò io rimasi seduto, colpito, scosso, perplesso …

 

Andai a cercarlo successivamente nell’infermeria ma non c’era, poi sospettai qualcosa e salii le scale dirigendomi verso la presidenza. Alberto se ne stava proprio lì, pareva quasi normale ma avvicinandomi la visione del mio amico sconvolto mi toccò nel profondo … i capelli arruffati, le orecchie arrossate e il viso umido voltato dall’altra parte, celandosi.

 

<< Albe>>, tentai. << Sono io>>.

 

<< Perché vieni? Cosa vuoi ribadirmi?>>.

 

Rimasi in silenzio cercando di origliare ciò che succedeva in presidenza, << Ci sono i tuoi genitori?>>.

 

<< Sì>>, rispose rivolgendomi una certa diffidenza. << Puoi andartene>>.

 

<< Mh>>, risposi, forse ferito o forse deluso.

 

Così andai, senza voler chiedermi altro.

 

E a casa … e durante il tragitto … ci pensai, lo capii … io avevo bisogno di Alberto. Lui era diverso, mi era quasi opposto. Pensando a lui, quel giorno, mi accorsi di avere bisogno di quel confronto. Dovevo confrontarmi con il diverso per ottenere nuove informazioni, nuove riflessioni … Ed il diverso aveva bisogno di me, per imparare, come io con lui … c’era un legame stretto fra l’essere e il non essere che li costringeva a completarsi … come noi? E io, dalla sua misteriosa fragilità, avrei appreso solo d’esser forte? Senza deboli in campo sarei mai stato un forte? E quei forti, che s’erano fatti sul debole picchiandolo, lo erano per davvero? Credevo … fosse solo una montatura, quella. Forti contro i deboli, senza alcuno scopo, perché? Poi i forti a far botte, forti fisicamente, cos’avevano a che fare coi forti mentalmente? Ecco, io ero sicuramente forte mentalmente, caratterialmente. Non ero finto o almeno non credevo d’esserlo, non per il momento.

 

Il giorno dopo attesi il capobranco ai cancelli della scuola, prima dell’inizio delle lezioni.

 

Avevo preso una decisione.

 

Avevo avuto un’intuizione, non mi sarei tirato indietro senza successi o insuccessi. C’era qualcosa di più grande del pericolo che mi si muoveva dentro e chiamava giustizia. Io ero forte, incrollabile, lo ero dentro. Loro … loro forse non lo erano ma non avevo la certezza.

 

Ma io ero forte e dovevo dare un senso alla mia forza, i miei compagni scolastici non lo erano, forse il mio compito era creare l’equilibrio, dar forza dove non c’era, proteggere. Forse però senza lottare?

 

Arrivò Nicola, il piccolo capobranco. Così piccolo, come gli altri, come me … così simile a me, così umano, così diverso … abbozzai un ghigno in viso e lo spinsi con una mano al suo petto, con sguardo fisso e di sfida, inchiodato sul suo. Io ce l’avrei fatta e forse ero il solo a poterlo fare. I miei occhi azzurri, quasi bianchi, ghiacciarono di sorpresa i suoi scuri occhi vuoti, da animale, che s’indurirono di prepotenza e di rabbia, poi dalle sue labbra uscirono urla:<< Cosa vuoi tu? Chi sei? Ma che vuoi?>>.

 

Ed il modo con cui allungava le ultime lettere d’ogni parola, nel tentativo d’intimorirmi, non fece che farmi venir la voglia di ridere. Ma nessuna paura, non era il momento delle paure quello. Sì, ne avevo … ma erano mute, non le udivo, non potevano parlarmi, io le controllavo, le domavo, erano mie e me le sarei masticate sotto i denti!

 

<< Stai esagerando, te ne sarai accorto!>>, gli dissi tranquillamente.

 

Poi volarono parole più grandi di lui che mi travolsero ma non penetrarono in me e lo guardai andarsene, agitato. Delle persone, testimoni, passarono vicino a noi, andando per le loro direzioni, ammirando chiaramente la mia forza, il mio coraggio … Ne andai fiero.

 

<< Vedi di stare tranquillo>>, continuai, << Tu non sai cosa aspettarti>>.

 

<< Ma taci!>>, e allungò tremendamente quella “i”.

 

Stavolta risi e soffiai via la tensione, era passata e ora come sarebbe andata?

 

Non ero mai finito seriamente nel mirino della sua banda, ma ora forse lo sarei stato.

 

Conobbi però una serenità ed un piacere nuovi, avevo fatto questo per altri …

 

Ma cosa sono gli altri?

 

Iniziarono a punzecchiarmi inutilmente con le solite prese in giro prive di senso, prive di ammirazione e importunarono altre persone, non certo così violentemente come con Alberto, ma continuarono …

 

<< Allora>>, dissi ad Alberto, un mattino in giardino, << Perché lo hanno fatto? Ti eri ribellato a Ranocchio?>>.

 

<< No>>, ammise. << Questa non posso dirtela … >>.

 

<< Perché?>>, dissi subito. << Cosa non puoi dirmi?>>.

 

<< Cose per cui te la prendi o inizi con le tue idee distorte!>>.

 

<< Distorte>>, feci eco, fissando intensamente quell’essere così superficiale.

 

<< Loro hanno saputo che frequento Angela … ma uno di loro la vuole per sé e … hanno fatto in modo di farmene passare la voglia>>, cambiò espressione e si voltò per nascondermela. << Io … non vorrei più avere niente a che fare con queste femmine!>>.

 

Soffiai, debolmente, ribollendo di disprezzo verso la sottomissione. Poi indagai i gesti violenti tanto anormali! Non potevano che essere l’influenza di qualcosa … forse un fratello maggiore appassionato di videogames violenti, forse le serie tv … ma non erano gesti loro, non potevano esserlo, erano copiati, non avevo quasi dubbi.

 

<< Ma … >>, continuò Alberto, accarezzando Sport che si era addormentato lì vicino. <<… Io non voglio fare a meno di lei>>.

 

<< Non ti capisco>>, gli dissi. << Ma accetto il tuo pensiero>>.

 

<< Hanno detto che … >>, e indugiò ancora. Attesi pazientemente il seguito della sua frase e poi continuò:<< … Qualcuno è andato a minacciare Nicola ai cancelli>>.

 

<< Non era proprio una minaccia>>, lo corressi. << Era un avvertimento!>>.

 

I suoi teneri occhi si rivolsero verso di me, sicuri, << Lo sapevo che eri tu>>.

 

Rimanemmo in silenzio, poi aggiunsi da solo:<< E chi altro?>>.

 

<< Già>>, e sospirò. << Sei forte>>.

 

<< Cerco d’esserlo>>.

 

<< Lo sei sempre stato?>>.

 

<< Non lo so, ma so che forti si diventa. So di volerlo, tu non lo vuoi?>>.

 

<< Mh, sì, anche>>, rispose, ma quello non era un volere abbastanza forte, abbastanza sicuro e radicato.

 

Ma trasformai poi i miei avvertimenti in minacce, contro Nicola, il capobranco, il magnete che teneva unite le altre pecore nere, il bambino stolto e pericoloso che aveva bisogno d’esser acclamato dai suoi altrettanto stolti amici! Avrebbero capito, loro come le loro vittime, che questo non era modo d’essere e di fare! Non era modo di fare i forti, quello, era umiliante, tutto qui. Lo avrebbero notato.

 

Incominciai un conto alla rovescia ed arrivai fino in fondo, fino al momento dello scontro.

 

Stavolta fermai Nicola ai cancelli e lo spinsi indietro, per buttarlo a terra. Lui, più alto e grosso di me, rispose con lo stesso gesto facendomi volare indietro, contro il cancello. M’alzai, dandogli sul ventre. Sapevo perfettamente che la sua forza fisica batteva la mia, ma non con questo lo avrei distrutto, io avrei distrutto la sua sicurezza, non la sua forza fisica. Non sarei crollato, non avrei mostrato un accenno di dolore, non avrei ferito, avrei finto la forza fisica che serviva a fargli capire che ero superiore io, che doveva sottostare, lui avrebbe perso, io avrei vinto. Così come sempre.

 

Lo avrei battuto in astuzia.

 

Puntai il mio sguardo sul suo sguardo scuro e tremante e non lasciai mai quelle fragili vittime che cercavano i miei punti deboli per poi colpirli a pugni ma non ne mostravo, non li avrebbe mai visti. Cadevo, mi rialzavo, minacciandolo col mio sguardo. Lui scappò, subito, evitò lo scontro, attaccava per difesa e fieramente lo inseguii, lo sbattei contro un pilastro esterno della scuola e lo spaventai ancora, lui mi buttò a terra e lo trascinai giù con me. << Dove scappi?>>, gli dissi, senza sforzo di fatica in voce, fingendo, trattenendomi. << Dove vai?>>, continuai, tranquillo. Poi minaccioso, << Cosa hai capito da questo?>>.

 

Mi sentivo in torto, mi macchiavo di nero, non capivo … non capivo cosa succedeva, perché avevo il torto? Cosa mi urlava la mia coscienza? Aveva paura? Perché voleva staccarmi dal suo corpo così debole e così pericoloso? Le sue mani si fecero al mio collo e strinsero, la folla urlò il mio nome incitandomi, per farmi vincere. Io abilmente mi liberai e lo costrinsi in ritirata, ancora. Si chiuse a scuola, in bagno, dove non potei più seguirlo. Aveva perso, ma non ero soddisfatto … nei miei ricordi si azzuffavano ancora i due protagonisti della vicenda ormai chiaramente pubblica. Uscii dalla scuola guardando la massa di bambini esultanti, liberati da un minaccioso tiranno privo di logica.

 

Ma io non ero qui, ero in una rissa più accesa, viva nella mia mente … il caos correva nelle mie vene che desideravano sangue, distruzione, desideravano con passione … che cos’era? Che cos’era quel veleno inibitore della mia coscienza? Liberatami! Avrei gridato … Ma cos’era? Sensazione di guerra, smania di vincere coi denti, predatori … con il sangue, quasi, gettato a terra … non era per quella sensazione che combattevo. Mi gettai nella folla e nelle adulazioni, nel tentativo di coprire la ferocia, spaventato da me stesso. Nel tentativo di consolarmi. Io ero un eroe. Ma forse non lo ero.

 

Se gli altri mi avrebbero creduto un eroe, io lo sarei stato?

 

La notizia non fece gran rumore … si dissolse, nel tempo, nessuno più ne sentiva parlare, come se non fosse mai stato. Non saprei come, nemmeno perché. Anche negli occhi di Alberto la mia segreta azione scomparve piano piano mentre l’immagine che di me s’era creata rimase, ero il forte, il giusto, vincente. Sempre.

 

Ma oscuro, solitario.

 

Isolato.

 

Solo leggendo articoli online, su altre tematiche, m’accorsi del mio errore. Leggendo infatti, sull’efficacia della pena di morte, scoprii che statisticamente essa non era altro che un’enorme fallimento. I casi di omicidi aumentavano dove essa era in vigore. L’articolo diceva:<< Condannare a morte un trasgressore dissuade altre persone a commettere il reato mortale>>. Ma come spiegarmelo?

 

<< E tu cosa ne pensi?>>, domandai ad Alberto il giorno dopo.

 

<< Ma che guardi!>>, fu la sua unica risposta. Non voleva saperne ma era il mondo!

 

<< Io ho una teoria>>, gli dissi. << Ciò che si fa con questa legge non è affermare che il reato sia grave e non vada fatto e ripetuto … afferma solamente che dipende da chi lo fa! Afferma che i forti, quelli che decidono, possono decidere di uccidere ed essere nel giusto. D’altronde è una contraddizione diventare un assassino per uccidere un assassino! Non valorizza l’importanza di ogni singola vita umana, assolutamente!>>.

 

<< Sì?>>, mi rispose incerto.

 

<< Non serve a diffondere umanità e giustizia … serve a ribadire la forza dello Stato! Nemmeno funziona! Ti rendi conto?>>.

 

<< Sì>>, disse ancora, solamente, impedendomi di discuterne come avrei voluto.

 

E così io avevo sbagliato ad usare la forza contro chi la aveva usata, per impedire che la usassero ancora. Avevo alimentato la fiamma, avevo confermato loro che il mondo funziona così, in un ciclo di sovrasti continui in cui i forti diverranno deboli, prima o poi, sovrastati da forze maggiori e sono solo queste a vincere, momentanee. Ma non era solo questo, il mondo non si riduceva ad esser poco così, potevo giurarci!

 

<< Ma proprio la pena di morte ti dovevi guardare? Come l’hai trovato quest’articolo?>>.

 

<< Dibattiti>>, dissi. <<D’attualità>>.

 

<< Dibattiti d’attualità? Ma che barba poi! Non potresti essere un po’ più normale, fare cose normali? Tipo, guarda la tv come gli altri … comprati dei videogames!>>.

 

<< Normale?>>, non capivo del tutto.

 

<< Ma sì! Basta essere strano così … guardati dei cartoni!>>.

 

<< Tu non capisci>>.

 

<< Ma sei il solo fra un sacco di bambini che si comportano diversamente. Non credi di essere tu a sbagliare?>>.

 

<< Ad informarmi? Ad indagare su ciò che mi circonda? Questo lo trovi strano? Ah … tu non sai niente! Ma se dunque hai un mondo tanto diverso dal mio insegnamelo!>>.

 

Rimase perso per qualche istante poi tornò segnale di coscienza nei suoi occhi e chiese:<< Eh?>>.

 

<< Insegnami il tuo mondo>>, e guardai con curiosità i suoi occhi verdi.

 

<< Il mio mondo? Ma è il tuo! Cosa dici? Hai allucinazioni?>>.

 

<< Ma no!>>, soffiai, poi ripensai alle sue parole e risi. << Albe … tutto è relativo. Hai mai sentito parlare di due persone che assistendo allo stesso fatto ne hanno opinioni, ricordi e spiegazioni diverse?>>.

 

Pensò, poi perplesso tentò:<< Sì?>>.

 

<< Ma hai dubbi?? La percezione del mondo che ti circonda dipende da te! Sei te, col tuo cervello, che unisci tutte le informazioni dalla tua sensibilità. Il tuo cervello collega i messaggi degli occhi, della pelle, del naso, delle orecchie … di tutto. Li collega creando il mondo che ti vedi attorno così come lo vedi … ma il mondo non è assolutamente così! Ci sono luci e cose che non vediamo, sono tantissime. Ci sono gli infrarossi, gli ultrasuoni … ma non nel tuo mondo, perché non lo sai e non li puoi percepire>>.

 

Iniziava a distrarsi.

 

M’irritai, << Ma stai attento! Io ti sto spiegando come funziona il tuo mondo! Pensa che il meccanismo del sogno è come quello che ti costruisce il mondo attorno!>>.

 

<< Seh! Come lo sai?>>, domandò affascinato e diffidente.

 

<< Beh … Lo ho letto da un libro su Freud, credo>>.

 

<< Quindi io potrei sognare una vita?>>, chiese Alberto.

 

Ci pensai in silenzio e dissi, << Il problema è che una sorta di mondo oggettivo, che c’è comunque senza che tu lo voglia, ha notevoli effetti su di te. Potrebbe farti accadere di tutto, il tuo sogno non ti salverebbe dal mondo e dalle sue voglie>>.

 

<< Che voglie potrebbe avere, il mondo, verso di me?>>

 

<< Beh, verso di me voglie di sfida e persecutrici, anche verso il mio vecchio amico. Verso te? Tu sei amico del mondo?>>.

 

<< Oh, sì! A me piace la natura!>>.

 

<< E tu piaci a lei?>>.

 

<< Fin ora non mi è successo niente>>, rispose, perplesso. << Non vuoi proprio giocare a qualcosa?>>.

 

Voltai lo sguardo altrove e soffiai ancora, << A che vuoi giocare, Ranocchio?>>.

 

<< Come?>>.

 

<< Inetto. Del mondo>>, borbottai. << Ma ti piacciono solo i dettagli? Solo gli insetti?>>.

 

<< Anche Angela>>, ammise.

 

<< Ma è solo una!>>.

 

<< E i videogiochi>>, aggiunse.

 

<< Oh … giusto. Anche quelli>>, risposi privo d’entusiasmo.

 

 

 

CAPITOLO 4 - IL BUIO

 

Mi svegliai, una notte. “Dove siete?”, mi chiedeva, nell’oscurità. Chi era? Cos’era?

 

Forse era il momento di tornare a cercare il mistero. Ma con Alberto?

 

<< Hai sentito niente stanotte?>>, chiesi a mia mamma mentre finivo la colazione.

 

<< No>>, disse. << Cosa è successo?>>.

 

<< Mi sembrava che qualcuno avesse parlato>>, testai.

 

<< Anche tu coi fantasmi, adesso?>>, domandò preoccupata. << Sei un bambino bravo, non farti prendere da queste cose>>.

 

<< Non ho detto fantasmi>>, risposi irritato.

 

<< Perché infatti non lo sono>>, continuò, protettiva. << Passami la pentola pulita, devo metterla via, tesoro>>.

 

Guardai le due pentole poggiate sull’isola accanto alla cucina, una col coperchio, l’altra senza. Presi quella fredda mentre mia madre diceva:<< Attento che quella a destra è rovente!>>.

 

Prese la pentola dalle mie mani e commentò:<< Oh cielo. Dovevo avvisarti prima, tesoro … l’altra è calda>>.

 

<< Tranquilla mamma, si vede quando sono calde>>.

 

<< Cosa?>>.

 

<< Che si vede>>.

 

<< E da cosa lo vedi?>>.

 

<< Emettono più luce>>.

 

<< Luce?>>.

 

<< Sì, le cose calde. Emettono calore>>.

 

<< Ah. Sì. È normale, scalda un po’ anche l’aria, emette caldo, sì>>.

 

Rimasi perplesso almeno quanto lei. Percepivo un immenso varco d’incomprensione fra di noi ma nessuno dei due sembrava capire o voler capire cosa non andava.

 

Quel pomeriggio ci ripensai mentre Alberto giocava col mio ragno robotico. << Albe>>, dissi. << Ma tu le vedi le cose calde?>>.

 

<< No>>, rispose con grande incertezza. << Come le dovrei vedere? Cioè sì, non scompaiono se diventano calde, ma non intendi questo, vero?>>.

 

<< Più luci attorno>>.

 

<< Attorno dove?>>

 

<< Un colore leggero, attorno alle cose calde e nelle cose stesse>>.

 

<< No. Dove l’hai letto?>>.

 

<< Mi sono accorto che né tu né mamma lo vedete>>.

 

<< No che non lo vedo! Mai sentito, io>>. Poi mi guardò perplesso, << Tu vedi il calore?>>.

 

<< Sì>>, risposi. << Un po’>>.

 

<< Oh. Tipo i rettili>>.

 

Rabbrividii, << Ma io non centro con un rettile!!>>.

 

<< No, esatto>>. Però restò a fissarmi e aggiunse:<< Ma le persone non vedono il calore>>.

 

Restammo ancora zitti, poi parlò ancora:<< Ma tu da quando lo vedi?>>.

 

<< Non saprei. Non ricordo proprio. Forse da sempre>>, dissi io.

 

<< Ma che strano. Hai fatto delle prove? Degli esperimenti per vedere cos’è?>>.

 

<< No, lo so e basta … ma funziona così>>.

 

<< Forte. Ma … vedi altro?>>.

 

Quasi risi, << Come faccio a sapere cosa non vedi?>>.

 

<< Non lo so ma … ci vedi bene? Cioè, sei andato dall’oculista?>>.

 

<< Sì>>.

 

<< Che diceva?>>.

 

<< Niente>>, risposi. << Vedo bene. Normale. Begli occhi. Sono molto chiari e dovrei usare delle lenti polarizzate>>.

 

Rise ammirando i miei occhi azzurri, quasi bianchi, contrastanti coi miei capelli scuri. << Sì, sono belli, sì>>. E attese ancora. << Ma vedi proprio bene? Non è che sei tipo … >>.

 

Abbassai un sopracciglio attendendo.

 

<< Ti stai trasformando in un rettile, Thomas? O dovrei dire … >>.

 

Abbassai anche l’altro, aspettando.

 

<< Thomasssssssssss>>, e ondeggiò come un serpente.

 

<< Non so se ridere o andarmene>>, risposi. << Ma siccome vai avanti me ne andrò ridendo>>.

 

<< Eh su! Che permaloso!>>, disse lui.

 

<< Non infastidirmi>>.

 

<< Ma che hai?>>.

 

<< Guai ad infangare cose serie coi tuoi … scherzi!>>, gli dissi in faccia molto seriamente.

 

<< Ma … >>, e il suo sorriso allegro, i suoi occhi casualmente vispi, ricaddero nella delusione e nel silenzio. << … Io>>.

 

<< Cosa?>>.

 

<< Era per dire … >>.

 

<< Per dire che cosa?>>, e con orrore notai i suoi occhi farsi lucidi ed il suo animo farsi schiavo del mio discorso.

 

<< Ma. Scusami Thomas>>.

 

Io andai a sedermi e lui mi seguì sospirando. Non sapevo spiegarmi cosa quelle scuse significassero per me, forse non le apprezzavo o forse le apprezzavo pur non sapendo il perché.

 

<< A cosa stai pensando?>>, domandò dopo un po’, mentre ricordavo Mattia, il mio compagno di viaggio per i misteri inesplorati e nascosti. Adesso avevo Alberto, lui chi era?

 

<< Mattia>>, risposi.

 

<< Ti manca?>>.

 

<< Mi mancano le cose che facevamo assieme>>.

 

<< E lui?>>.

 

<< Non lo so … forse sì>>.

 

<< Ma tu hai emozioni?>>.

 

Lo guardai dubbioso e risposi:<< Un po’ meno di te>>.

 

<< Ma tu hai mai paura?>>.

 

<< Poche volte. Quando serve>>.

 

<< La paura serve?>>.

 

<< Ha come obiettivo la sopravvivenza>>, gli risposi.

 

<< Ma impedisce di fare cose>>.

 

<< Non ti resta che controllarla>>.

 

<< Ma è dominata dagli istinti!>>, disse. << Gli istinti animali>>.

 

<< Abbiamo superato lo stadio primordiale di animali. Siamo diventati altro>>, gli feci notare.

 

Rise:<< Eh no! So bene che siamo animali>>.

 

<< Il tuo punto di vista non coincide col discorso>>.

 

<< Ma parli come un’insegnante>>, si lamentò. << Che noioso! Fai qualcosa di normale!>>.

 

<< Per intrattenerti?>>, dissi fra i denti. << Che storia è questa della normalità? Dovresti spiegarmela o smetterla!>>.

 

<< Ho una domanda intelligente io, adesso … >>, tentò timidamente nel tentativo di riparare il danno. << è meglio essere intelligenti o coraggiosi?>>.

 

<< Apprezzo il valore della logica … ma il coraggio vale di più! Chi osa può ottenere, chi non osa non avrà mai>>.

 

<< La fortuna però … >>, mi corresse.

 

<< Sì>>, ammisi. << Altrimenti ci vuole che il caso ti regali la fortuna>>.

 

<< Tu sei uno fortunato?>>.

 

<< Non lo so cosa sia. Io mi faccio stare bene, non mi affido al caso>>.

 

<< Sì ma … non si riesce sempre a fare le cose giuste, neanche volendolo>>.

 

<< Sì, è vero>>, gli risposi e sorrisi, finalmente stava ragionando.

 

Sorrise anche lui, << Ma quando si sbaglia allora?>>.

 

<< Che domanda è? Tu non puoi sapere dove si nasconde lo sbaglio, non ti resta che seguire la tua morale … ciò che è il bene maggiore secondo i tuoi valori>>.

 

Rimase zittito dalla perplessità e poi chiese:<< Ma allora un errore è un errore?>>.

 

<< No>>, risposi confuso, cercando di seguire il suo invisibile ragionamento. << I tempi principali in genere sono tre>>.

 

<< Presente passato e futuro?>>.

 

<< No. È più una scansione mia … Partenza, metamorfosi e arrivo. Di cui: partenza sono le idee; metamorfosi è la fase di rimescolamento dei dati, di errori su errori a meno che tu non sia davvero fortunato e infine vi è l’arrivo, il successo, per una via o per un’altra. A volte non ci si deve arrendere, a volte la si trova subito, invece>>.

 

<< Pensi sia sbagliato quindi, sbagliare?>>.

 

<< Sbagliare è necessario! Mai accusare questa fase! Non si può uccidere un germoglio che deve ancora sbocciare per paura di ucciderlo o di aver coltivato la pianta sbagliata. Bisogna solo riconoscere la fase. Se non è l’arrivo, è il percorso … la ricerca>>.

 

<< E sbagliare per le cose impossibili?>>.

 

<< Beh. Il bello delle percentuali è che l’impossibile molte volte è considerabile>>.

 

Lui s’annoiò, così, con pazienza lo accompagnai a raccogliere sassi strani per i boschi vicino casa, senza allontanarci troppo. Quando andò via mi misi sulla breve strada del ritorno, da solo. Sorpassati gli ultimi alberi alzai lo sguardo verso casa ma una creatura curva, grande e compatta se ne stava come un occhio a fissare la casa, sospesa, molto in alto. Io feci un passo indietro, silenziosamente, appoggiandomi al tronco e aguzzando lo sguardo sfocato per la paura, puntandolo verso quel mostro. Era grande forse due metri, se ne stava sospeso e guardava la finestra della mia camera al secondo piano. Scrutava, fissava dentro, cercava o analizzava. Io non ero dentro ma avrei potuto esserci, ma ero più sicuro lì fuori che in casa mia? Ce n’erano altri attorno a me? Come avrebbe potuto vedermi? Sarebbe successo? Ma accadeva? I miei occhi bruciavano di terrore cercando il pericolo lungo il guscio di quell’essere, metallico. Pareva un’ovale deformato. Mia madre mi chiamò, ad alta voce. Sussultai per poi pietrificarmi contro il tronco, mio nascondiglio, per decidere se rispondere, restare immobile o scappare. Cosa le sarebbe successo? Ricordai Mattia svanire sotto un raggio, illuminato dalla verità accecante, che non sostenne, per poi impazzire … Ma mia madre? Era lì dentro, non sapevo cosa fare. Mi chiamò ancora, uscì di casa e la creatura, non curante, se ne stava ancora immobile, come fosse un miraggio o come se non vedesse niente. Poi si mosse e voltò svanendo dietro casa. Io corsi subito e mi precipitai dentro, << Ci sono, ci sono! Ma non lo vedi quello??>>. E andai vicino al tavolo per mettermi sotto, ma quella creatura davvero non mi avrebbe visto mentre mi disfacevo nell’ansia sotto ad un banale tavolo?

 

Entrò, infastidita:<< Quello cosa? È ora di cenare!>>.

 

Guardai la finestra ma solo i colori del tramonto erano visibili, nessun mostro oscuro di metallo.

 

<< Era … gigante>>, dissi.

 

<< Thomas, così mi metti paura. Ma di cosa stai parlando? C’è qualcuno, fuori?>>.

 

<< Una … cosa … molto grande, davanti casa. Volava>>.

 

<< Oh. Un uccello? Vado a vedere … >>, e un po’ preoccupata uscì di casa.

 

<< No! Mamma!>>, la chiamai sussurrando. << Non parlare ad alta voce! Torna dentro!>>.

 

Svanì. Oltre la porta. In cerca del mostro. Ero rimasto solo, nella stanza illuminata di una casa buia, di montagna. Non c’erano sicurezze. Il mostro poteva esserci o non esserci. Poteva esserci pericolo, poteva essercene molto. Poteva esserci stupidità o imprudenza.

 

Mi parve di vederlo, quel mostro, col suo occhio gigante robotico, lì sulle scale che portavano verso le camere, in penombra, a fissarmi.

 

Guardai subito le scale, sussultando, ma niente.

 

I miei piedi radicarono gelidamente a terra, il mio corpo, posto in piedi accanto al tavolo, nella stanza, mi pareva così in vista, così fuori posto e ingombrante.

 

Delle mani si fecero in un’istante sulle mie spalle e saltai via spaventato, guardai mia madre che stava alle mie spalle, rise:<< Ma cosa ti prende? Vi siete raccontati le storie del terrore?>>.

 

<< Hai visto niente?>>, domandai sgomentato.

 

<< No. Ho fatto il giro della casa. Proprio niente!>>.

 

<< Io ero convinto di avere visto qualcosa … >>, l’assicurai, tremante. << Era davanti alla mia camera. Magari avete girato assieme attorno casa … o magari è entrato o è andato via>>. Improvvisamente quella casa era troppo piccola, improvvisamente il terreno era come una lastra sottile di ghiaccio, sotto ai miei piedi, sentivo che nel futuro più prossimo sarei sprofondato in acque diverse, misteriose, ero destabilizzato.

 

<< Su, vai a vedere fuori! Fatti coraggio. Non troverai niente>>, mi assicurò. << Su, mostrami di essere forte! Sei un ometto, ormai!>>. 

 

Forte. Coraggio. Uomo. Non avrei trovato niente. Avrei mostrato coraggio. Io ero coraggio. Camminai piano piano verso l’uscita, mi sentivo spiato, atteso, deriso. Giunsi fuori, guardai attorno. La notte calava, spegnendo i colori del giorno, offuscando i dettagli. Io camminai piano piano, passo per passo, arrivai a fare il giro della casa, non c’era niente, né in terra, né in cielo, né sulla casa. Non c’era traccia di niente.

 

Niente?

 

<< Mi sono sbagliato>>, ammisi, in preda alla vergogna. Ma non ci credevo. Io non sapevo in cosa credere. Ma qualcosa … qualcosa era successo. Quel terrore. Era troppo vero. C’era stato. Qualcuno. Qualcosa.

 

<< Sei pallido … hai la febbre?>>.

 

<< Ho sonno>>, mentivo.

 

La paura del buio m’assalì ogni sera, poi la passione per il mistero la inseguì, la superò, si lasciò calpestare e si alzò ancora in piedi. Guardai ancora fuori casa, curioso e spaventato, una notte. Poi dei suoni! Ma erano solo piccoli animali che correvano delicati e venivano dal bosco.

 

Non muovetevi animali, non fiatate insetti, non muovetevi foglie. Che la sera stia zitta. Zitta! Totalmente.

 

Nessun rumore. Eppure giaceva tutto in espansione fino all’esasperazione, nella mia testa. Ogni voce segreta, ogni ricordo, ogni timore. “Dove siete? Voi misteri. Che volete?”, avrei chiesto, al vuoto.

 

La nonna mi spiegò che quando succedono cose del genere, come nel caso della creatura che spiava dentro casa, è chiaramente opera del male. Sono demoni che giungono a spaventarci, corromperci, distoglierci dalla via. Diceva che il bene si distingue all’istante mentre il male è infido, non è bello né piacevole e spesso da subito. Mi consigliò poi di frequentare la Chiesa, di pregare perché la fede avrebbe scacciato ogni male ma … preferii crederle invece che lasciarmi assorbire dal terrore, dal “male”.

 

Preferii l’illusione. Per una volta. La guarigione.

 

La Chiesa, storicamente potente, forza economica, militare, manipolatrice, non faceva che deludermi, di mese in mese. Le persone entravano, come pecore, recitavano morenti parole non loro che non ragionavano, con finto cuore o cuore corrotto. Erano come macchine. Erano come vuote, le persone. Ma la Bibbia sì, qualunque cosa fosse, mi permetteva di ragionare, di chiedermi cose che da solo ancora non mi sarei chiesto. Per curiosità, presi quella della nonna e ci diedi una sbirciata ogni tanto, associandola alla filosofia. Ma l’orientalismo invece, sembrava soddisfarmi ancor prima, passai alle letture spirituali, all’olistica, alla filosofia antica. In cerca di qualcosa. Nella coscienza umana. Nei secoli di domande e nella scienza, amata, ma ora muta. Non aveva nulla da dire su ciò che non è fisico, i suoi strumenti non potevano vedere e provare niente e io non potevo dare per inesistente ciò che coi mezzi scientifici attuali non era evidente. L’apertura mentale era in fondo saper accettare l’impossibile ma credere nell’utile. Non si dovrebbe forse ridere del folle che potrebbe saperne più di te e dei tuoi strumenti, che siano pure scienza. Sbagliare è normale quando sei in movimento e io ammiravo il coraggio. Il mondo delle credenze è radicato dentro al nostro animo. Profondo mistero.

 

La matematica descriveva o componeva ogni cosa? Fosse stata una componente del mondo tramite cui descriverlo veramente?

 

Le teorie poi ... le teorie erano ovunque, dalle chiacchiere alla scienza. Era pericoloso affermarlo ma …

 

In realtà la certezza non esisteva.

 

La teoria non coincide col mondo reale ma col mondo ideale.

 

E non si sa mai abbastanza.

 

Fortunatamente l’istinto di conservazione ci dona la capacità di adattarci e vivere comunque.

 

Dopotutto non possiamo vivere solo di realtà o solo di idee. Tremiamo nel buio più profondo ma non possiamo nemmeno guardare il sole in faccia. Forse sta nell’equilibrio, la vita.

 

Così aprii anche libri sul taoismo, “Tao Te Ching”, “Sun-Tzu Ping-Fa” … Cercai, senza fine, volevo capire.

 

Volevo capire me. Volevo capire il mistero e il mondo. Tutto.

 

Teorie nascevano e morivano davanti ai miei occhi. Il mondo cambiava a seconda di come io lo pensavo, a seconda di come io mi ponevo rispetto ad esso. Ma quali punti di vista erano i più efficaci?

 

Scorrevano pagine, correvano i giorni, le mie notti iniziarono ad illuminarsi di luci, prima insignificanti, immediate, ora più concrete. A volte mi svegliavo alla notte, spaventato da esse e a volte invece ricadevo subito nel sonno, accompagnato dal loro rassicurante candore. Cercai anche questo nelle pagine, nelle leggende. Ce n’erano tante, di tutti i tipi. Speculazioni soltanto, ovviamente. Così non mi restava che scegliere fra tutte le storie le migliori, quelle che mi piacevano, perché per azzeccare la realtà occorreva giocare con la fortuna, quindi, tanto valeva scegliere la realtà che più mi piaceva. Non avevo i mezzi per sfondare quel nuovo mistero, non mi restava che allenarmi ad apprezzarle tutte le verità e a non affezionarmi a niente. Come i miei vecchi libri orientali dicevano, tanto più forte è l’affetto e il desiderio, tanto più forte sarà il colpo, il dolore, la caduta. Io non ci sarei cascato in questo tranello, ero abbastanza disilluso da cadere senza farmi male e abbastanza forte da voler apprezzare tutto. Certo, a modo mio.

 

Andai in chiesa a cercare gli angeli dei misteri, andai per trovare le luci ma nulla comparve per me all’altare. Nessun mistero. Non era ancora il momento di sposare la realtà quella? Ma quante facce aveva, era possibile che io vi volessi ancora scappare ora che ero così vicino a prendere il mistero con le mie stesse mani?

 

Camminai accanto un fiume, ragionando, tornando al paese coi miei genitori. E tu fiume, che corri veloce, non ti arresti, dove corri? Cosa vedi? Che misteri si dicono le tue acque da una parte all’altra del mondo? Cosa dice la montagna, cosa il mare? Che segreti silenziosi si celano dietro ogni singola increspatura che luccica sul velo divisorio fra l’aria ed il subacqueo? Cos’hai da dire? Corri senza meta?

 

Anche mio zio lasciò la sua terra, forse senza una meta. Era il fratello di mia madre, un ricercatore di nuovi scherzi e misteri, in segreto, lo diceva solo a me. La sua anima si staccò dal fiume e chissà se mai tornò al mare. Non ci era dato sapere. Ma comunque sia il viaggio di chi va oltre il confine, coloro che restano rimangono vittima di un’inspiegabile vuoto umano. Trovai un biglietto sul letto di mia madre, lo lessi, lentamente, lasciando che la vita invadesse man mano tutte le parole:

 

c’è un orizzonte, quello è ignoto,

 

terra mai calpestata, un mistero o un inganno

 

non cercare via d’uscita, non raggiungerlo,

 

non è ancora troppo tardi, lascia andare

 

qui e ora

 

sempre

 

vivi nel presente.

 

Due settimane dopo la morte dello zio, nel buio, venne la luce a bussare con le sembianze di un segreto. Mi ero svegliato di notte e me ne stavo seduto sul letto, mio zio davanti a me accendeva uno strano sorriso, circondato da una luce sinistra. Non mi lasciai del tutto rassicurare dalla sua luce e dalla sua presenza. Qualcosa si muoveva alle sue spalle ma la luce e il buio assieme mi impedivano di capirne le forme, fin lì non vedevo. Ma il mattino dopo mi svegliai, come da un semplice sogno, forse lo era anche stato ma era vivido, me lo sentivo. Dentro.

 

Vennero altre presenze, vennero angeli che mi chiedevano di uscire, di giocare. Alcuni raccontavano storie, per esempio alcuni dissero che ero stato cattivo e che per salvare me o a volte anche i miei genitori dall’eterna pena, avrei dovuto seguirli e andare a purificarmi nella loro luce. Però io non credevo nell’inferno. L’inferno era lì, nella Terra, nell’incoscienza e nella malvagità, eravamo noi, umani accecati da banali istinti di amore e distruzione. Eravamo ancora quelli della fionda e delle pietre, finché ciascuno sarebbe rimasto così ci sarebbe stato l’inferno, quello creato coi peccati, quello dove una sorta di karma non toglie il male a chi lo costruisce. Se il Dio della Chiesa era buono non ci avrebbe creato per servirlo o bruciare nel luogo dell’inferno. Quindi quelle visioni non c’erano, non erano angeli, quelli, non potevano. Cos’erano? C’erano.

 

Mi sentii preso in giro, sempre più spaesato. Ero preoccupato. Ragionavo bene, facevo bene i conti, le strategie, ricordavo le cose, parlavo, vivevo, non potevo essere pazzo. Non lo ero. Ma quello? Quello?

 

<< Thomas>>, mi chiamò Mattia, una notte. Sobbalzai alzandomi di scatto e andai ad accendere la luce ma Mattia illuminò la stanza col proprio lucente piccolo corpo. Rimasi a fissarlo, inorridendo davanti alla terrificante realtà dei fatti. Mattia era vivo?

 

<< Mat … >>, tentai, prima di soffocare la voce in un’inquietante silenzio, confuso e spaventato.

 

<< Sono io>>, rispose.

 

Ed era proprio lui, i suoi ricci rossi, le sue labbra piccole e i suoi occhi profondi, coraggiosi.

 

<< Non mi credi?>>, mi chiese. La sua voce echeggiò, nel vuoto freddo senza tempo. << Thomas?>>.

 

<< Cos’è successo a Calà?>>.

 

Sorrise, come fece lo zio una di quelle notti e allora insistetti contro il suo silenzio:<< Mattia. Cos’è successo a Calà? Cos’hai visto?>>. Ma sapevo bene che forse non era Mattia, quello.

 

Il mio cane incominciò ad abbaiare e ululare, da qualche parte nel buio e quel suono accompagnò la raccapricciante vicenda, le sue parole così strane, la mia confusione.

 

<< Io ti stavo cercando>>, mi rispose.

 

Mi asciugai una lacrima, commosso. Carezze spettrali rincuorarono il mio animo, guardando il suo pallido sorriso e gli dissi: << Vai avanti. Avanti con la storia!>>.

 

<< Ti ho trovato, Thomas. Torna con me, ti devo mostrare … >>, e indietreggiò, verso la finestra aperta.

 

<< Dove stai … >>, ma il fiato mi mancò prima di finire la frase.

 

<< Thomas … >>, insistette, dolcemente. << Vieni a vedere, è qui fuori>>.

 

<< Chiamerò qualcuno>>, lo minacciai, coraggiosamente. Respirai profondamente, rapidamente, ma trattenni lo sguardo sicuro fermo su di lui.

 

<< Non lasciarmi andare>>, mi disse, preoccupato. << Non potrò fare ritorno, non avvertire altri>>.

 

<< Io non ti seguo>>, m’imposi. << Chiunque tu sia>>.

 

Il rumore degli ululati s’impose assieme a me, contro il suo volere.

 

<< Thomas, tu vuoi sapere>>.

 

M’arse la voglia di andare oltre ma calpestai ogni istinto, << No>>.

 

<< Thomas, io ho visto la luce>>. Mentre parlava, ma non me ne accorgevo, mi avvicinavo, lentamente, progressivamente verso di lui che ormai era di fronte a me, oltre la finestra.

 

Alzai lo sguardo, vidi una luce nel cielo, troppo grande per vedere stelle attorno ad essa.

 

Quando mi svegliai provai una grande irritazione per quel mistero ed un grande piacere per aver toccato un limite invalicabile, ma c’ero arrivato, non sapevo come, né perché a me quel privilegio, ma c’ero giunto.

 

Aspettai ancora qualche notte lo spirito del mio amico, qualche notte temei di poterlo vedere e non lo vidi. Fino al giorno in cui tornò e non ero ancora preparato.

 

<<Thomas>>, era la sua voce. Determinato lo cercai nel buio ma non potei ricordare altro di quella vicenda. Eppure così tante domande avevo! Le avevo fatte e dimenticate? O non le avevo fatte? E quelle domande quando le avrei pronunciate all’Infinito? Al mistero, all’invalicabile che mi giungeva innanzi per parlarmi.

 

In quei giorni, Alberto, che non notava alcuna preoccupazione nei miei occhi profondi e silenti, curiosi come sempre e poco attenti alle cose poco importanti, mi fece iscrivere a qualche social network convincendomi che io, che ero un bambino di tecnologia, non potevo non avere. Ecco, sì, erano mezzi potentissimi, oro, mal utilizzati dall’uomo, mi permisero di contattare gruppi e persone, giocare e ragionare con chiunque senza metterci davvero la faccia, senza espormi totalmente. E fu così che incrociai un profilo a me amico. Fu un’altra svolta, si rivoltò ancora la storia. Mattia aveva un profilo su uno di questi social. Quindi lui … era vivo? Ero indeciso se scrivergli, le mie dita fremevano, volevo toccare quei tasti, digitare un saluto e poi le domande. Ma non lo feci. Mi trattenni. Proprio a Mattia, così scosso, ferito, colpito, così fragile, avrei raccontato tutto questo?

 

<< Hai visto?>>, mi chiese Alberto con grande entusiasmo, la settimana dopo. << C’è anche Mattia! Ma ci hai parlato? Gli hai inviato l’amicizia?>>.

 

<< No>>, dissi serio e guardai gli occhi vispi di Alberto, minaccioso. << Non dirgli niente. Tienilo lontano>>.

 

Gli feci quasi paura, tanto che non chiese. Per fortuna non volle davvero indagare.

 

<<A quando Calà?>>, chiedeva Mattia, nella mia mente.

 

<< Presto>>, risposi, nel mio passato.

 

<< Cosa aspetti?>>.

 

<< Il momento>>.

 

Non sarei tornato. Questo era troppo. Era sconosciuto. Ma da quando l’ignoto si permetteva di farmi indietreggiare nel mio campo?

 

Allora scrissi anch’io, come mia mamma, delle frasi su un foglio, liberatorio, ascoltando me stesso, senza filtri, parlarmi, da solo:

 

Cerca, senza carte, senza direzione

 

La tua forza nella tua mano

 

Stringi forte

 

È il momento della resa o della sfida

 

Ma era evidente che il mondo della poesia non faceva per me, anche se dietro alle parole dell’animo si celavano i segreti di noi stessi, piccoli misteri, ma molto più piccoli di Mattia, Calà e delle altre cose. Molto più innocenti ma non insignificanti.

 

Incominciava a chiudersi l’estate degli enigmi e dei divertimenti. Presto saremmo tornati a scuola e avrei avuto meno tempo per badare al paranormale. Sarebbe iniziato il nostro primo anno alle scuole medie, ci aspettavamo molto studio ma non ci credevo troppo.

 

I miei genitori, assieme alla famiglia di Alberto, una sera, ci accompagnarono ad una festa di paese. Alberto pensava già a come si sarebbe ingozzato di cibo tradizionale e di come ci saremmo divertiti alle giostre. Arrivati al posto, infatti, la serata incominciò con un’interminabile fila accanto ad un capannone caldissimo. Nel frattempo riuscì ad ingannare la noia ed il tempo trascinandomi a caccia degli insetti più spaventosi e utilizzarli per far scappare le persone. Si inventò molti scherzi e io ne inventai qualcuno con lui. Poi, mentre cercavo di agguantare un piccolo grillo, alzai lo sguardo su un telescopio posto proprio vicino a me e mi sedetti lì a guardare l’uomo che lo sistemava, puntandolo contro delle stelle molto brillanti. Sorrisi, incuriosito, così che quella persona non poté che spiegarmi perché era lì e farmi vedere qualcuno dei pianeti tramite quello strumento. Alberto intanto gli attaccò una bruttissima cavalletta sui pantaloni, si trattenne delle risate e si buttò addosso a me facendo delle espressioni tragiche, << Ommioddio Tom guarda là! Guarda cos’ha sul piede! Oh, no! Lo morderà! Lo morderà!>>. 

 

L’uomo sobbalzò allarmato, si guardò la caviglia su cui stava l’animale e la scosse lasciandolo cadere con una smorfia di disgusto:<< Le cavallette non mordono, sai?>>.

 

Alberto sbuffò e rispose disinteressato:<< Immaginavo, era per star tranquillo>>. Poi afferrò stretto il mio braccio e mi trascinò via, << Ti prego! Facciamo qualcosa!>>.

 

Salutai l’uomo e seguii il mio amico verso i nostri genitori, bloccati nella fila, << Erano interessanti quei telescopi, mi ha fatto vedere da vicino la Luna!>>.

 

<< Sì ma … la luna non fa mica niente>>.

 

<< Eh. Certo che non fa niente! Ma aveva i crateri>>.

 

<< Sta lì? Che bello c’è? E poi certo che ha i crateri, mica serve un cannocchiale per vederlo!>>, brontolò.

 

<< E che noioso, però!>>, brontolai anch’io.

 

Andammo a sedere ad un tavolone e ci concentrammo a risolvere i giochi sulla tovaglietta di carta. Poi mi venne un’idea e lo sfidai:<< Facciamo a chi completa prima il gioco del labirinto?>>.

 

Alberto guardò il semplice labirinto stampato sulla tovaglietta e si mise subito con la penna a cercare di uscirne. Io con un sorrisetto fastidioso piegai il foglio e lo bucai con la penna in corrispondenza dell’entrata e dell’uscita del labirinto, << Vittoria>>.

 

Alberto alzò lo sguardo e fissò il buco, perplesso.

 

<< Non lo vedi?>>.

 

<< Un buco>>.

 

<< Precisamente è una piega spazio-temporale>>.

 

Ma il mio amico rimase zitto, così riprovai:<< Un Wormhole>>. E continuai, << La penna entra qui ed esce qui. Ossia entra nel labirinto ed esce dal labirinto. Non hai ancora capito?>>.

 

<< Sì che ho capito ma non vale>>.

 

Risi, << Senza regole non può non valere>>.

 

Finito il pasto andammo verso le attrazioni per giocare.

 

<< Andiamo là, mamma! Andiamo là!>>, insistette Alberto trascinando i suoi genitori fra la folla. Io lo seguii seguendo anche il suono di motore che sovrastava la folla. C’era una pista improvvisata dove i bambini si sfidavano correndo piano piano con delle piccole moto, accompagnati dalla guida.

 

Alberto ne rimase abbagliato tanto che salì subito a farsi un giro e una volta sceso mi invitò a salire con lui. Il suo entusiasmo mi spinse a voler scoprire subito cosa c’era di tanto attraente su quelle piccole moto. Eravamo i più veloci in pista, i bambini avevano paura di salire sulle moto perché c’eravamo noi. Gli istruttori erano tesissimi, fermi ad aspettare che completassimo il giro di nuovo. Non andavo davvero così veloce ma un brivido mi graffiava dentro come l’aria fresca in faccia, non volevo scendere.

 

Quando tornammo a casa quella pista ci rimase sul cuore e un solo pensiero avevamo in mente.

 

Dovevamo tornare.

 

 

 

CAPITOLO 5  - NOI SIAMO QUI PER PROTEGGERTI

 

Assieme al nuovo anno scolastico cominciarono anche i corsi di motocross. Io e Alberto ci eravamo iscritti al corso di base annuo, la categoria inferiore per eccellenza. A farci compagnia, bambini totalmente inesperti dai nove anni ai tredici. Questo non era totalmente una delusione, non eravamo ovviamente allo stesso livello dei bambini più piccoli, ma era quasi patetico gareggiare con loro. Ogni tanto Alberto riusciva a farsi battere e spaventarsi come loro per le cadute più insignificanti. Ma proprio perché eravamo fra i più grandi c’era da sentirsi i migliori, però anche tredicenni partecipavano e questa non era che una sfida per me. Dovevo essere più forte di loro. Era una questione di soddisfazione personale, di sfida al limite. Perché mai avrei dovuto valer meno di un tredicenne prossimo alla categoria più avanzata? Ormai, fra pochi mesi avrei compiuto dodici anni e solo un anno dopo anche noi due avremmo fatto il salto di categoria.

 

Guardai Alberto andare a piedi ad esaminare tutta la pista prima di cominciare, si piazzava davanti alle minuscole dune e ne misurava la pericolosità con lo sguardo. Io lo raggiunsi in minimoto e le saltai, neppure un brivido di paura ma un’immensa voglia di correre ancora e più veloce mi pervase. Mi fermai lì accanto e gli dissi:<< Su! È bassa!>>.

 

<< Sì, vedo>>, mi assicurò, impacciato.

 

<< I bambini lì non hanno paura. Tranne due>>.

 

<< Sì ma sono piccoli, non conoscono pericoli>>.

 

<< Sei tu l’unico pericolo per te, in questo sport. Se la tua moto sta bene>>.

 

<< Spero per entrambi, allora>>, ammise guardando da lontano la sua moto.

 

<< Non ho voglia di invogliarti a battere dei bambini>>, gli dissi. << Ma non ho intenzione di vederti ancora perdere>>.

 

<< Sì, neanche io>>.

 

Irritato dalla sua aria di sottomissione mi feci un giro e sostai ai cancelletti prima della gara improvvisata dagli allenatori.

 

Un bambino dal carattere forte ma insopportabile si faceva beffe di Alberto il quale non si sapeva difendere nemmeno oralmente. Percepii Alberto partire perfino in ritardo rispetto a noi. Ma cosa non andava in quel ragazzo? Corsi più forte che potevo, ridendo per la velocità e feci un giro in più, seguendo la massa di ritardatari, poi un altro e mi fermai solo quando tutti furono all’arrivo. I bambini giocavano e gridavano convinti che io fossi l’ultimo ma non mi dava un gran fastidio. Alberto invece insisteva:<< Ma non lo avete visto? Quanti giri ha fatto? Non sapete neanche contare! Eh? Non sai contare! Sì, tu! Non sono arrivato ultimo! Ma no! Che dite … siete tutti pazzi qui … >>.

 

Guardai il cielo e soffiai, << Alberto>>, lo richiamai.

 

<< Sì?>>.

 

<< Lasciali fare, non ci perdi niente>>.

 

<< Ma dicono che sei ultimo!>>.

 

<< Se non lo sanno chi è arrivato per primo è un problema loro>>.

 

<< Ma non si fa così … >>, continuò lamentoso, sconfitto.

 

Soffiai ancora, << Vuoi vedere chi comanda le creature, qui?>>.

 

Mi guardò incuriosito e misi in moto girando casualmente per il campo, come mi pareva. L’istruttore non era molto preoccupato, sapeva che io facevo bene, ma i bambini incominciarono un po’ alla volta a seguirmi finché Alberto non se ne rimase coi più timidi fermo là. L’istruttore assieme al suo compagno impazzì e corse subito dietro ai bambini che continuavano a girare a caso, senza regole, mentre io me ne ero già tornato ad ammirare la scena con Alberto, me la risi. << Guardarli! Sembrano delle gallinelle>>.

 

Lui rise un po’, << Sì. Così sono meno fastidiosi>>.

 

<< Lo sai perché anche quei tredicenni che corrono là con loro sembrano più deboli di noi, adesso?>>.

 

Mi guardò perplesso, << Deboli?>>.

 

<< Se avessero voluto correre in pista hanno dovuto aspettare uno più intraprendente e coraggioso per poter poi buttarsi. Se invece non lo avessero voluto … sono cascati nell’imitazione o in una sfida non lanciata>>.

 

<< Ma quanti giri mentali ti fai, Tom!>>.

 

Risi ancora, guardando i polli colorati correre per il campo, mi sentivo superiore, era come correre con il vento.

 

Alberto scosse la testa notando il delirio nel mio sguardo e guardò la scena aspettando che tutto si risistemasse. Così iniziai ad amare il caos ed il caos ad amare me, io sapevo crearlo, dominarlo e in cambio esso mi donava un certo spasso.

 

 

 

<< Che verifica avevi oggi?>>, domandai ad Alberto, all’intervallo.

 

<< Ah, mi interroga in matematica … >>.

 

<< Hai studiato?>>.

 

<< No! Sì … quasi!>>, e parve quasi iniziare a lamentarsi.

 

<< Senti, se l’interrogazione saltasse?>>.

 

E sorrise al mio sguardo vispo, poi guardò l’accendino che gli mostrai e che nascosi nuovamente nelle mie tasche, << Vai a prendere un foglio in classe, faccio partire l’allarme>>.

 

<< Adesso?>>.

 

<< Ma no! Appena suona!>>.

 

<< E perché devo prenderla io la carta? Cosa centro?>>.

 

<< Hai paura? Non ci beccheranno! Non siamo mica stupidi>>.

 

<< Ma lo fai per farmi saltare l’interrogazione?>>.

 

<< Sarebbe il pretesto>>.

 

<< E per cosa lo fai?>>.

 

<< Muoverei l’intera scuola! Io da solo! Con un accendino nella mano … voglio provarlo!>>.

 

<< Mi sembri quasi esaltato. Ma se la cosa ti dovesse sfuggire di mano? Se la scuola prendesse fuoco veramente?>>.

 

<< Ma no! Voglio provare a comandare io adesso, una sola volta. Il fumo farà tutto il lavoro. Non ci sarà nessuna fiamma reale>>.

 

<< Io non centro … >>, disse preoccupato. << Non sono d’accordo>>.

 

<< Come?>>.

 

<< Non … mi va>>, e andò via. << Gioca da solo>>.

 

<< Lo farò>>, risposi, al corridoio ormai vuoto e mi arrangiai da solo.

 

In questo modo Alberto saltò l’interrogazione e io mi sentii un mago delle folle. Dopo qualche altro giorno di falsi incedi, nei mesi successivi, cominciai a non provare più la stessa attrazione per il movimento delle masse provocato dal mio volere, ormai sapevo di poterlo fare, ma senza alcun senso non mi restituiva più alcun gran piacere. Nel frattempo Alberto incominciò a diventare più ambizioso, sognava già di vincere dei campionati di motocross ma non aveva mai vinto una gara normale. Io invece stavo in testa alle classifiche, in cerca di un senso a quel gioco e a quelle sue regole. Il motocross era ormai una distrazione minore, ritornai sul sentiero dello spirituale e del paranormale. Una sera fui di ritorno vincente dall’ennesima gara, sapevo che il giorno dopo mi avrebbero acclamato a scuola e mi chiedevo già se Alberto si sarebbe eclissato alle mie spalle, come al solito. Quando sarebbe diventato forte, quel ragazzo? Tutti i ragazzi avevano qualcosa di eroico nell’aspetto quando si apprestavano a salire sulla loro moto, persino i tratti di Alberto sembravano più forti, affascinanti e decisi quando stava per montare alla carica sulla sua moto, ma il solo fatto che dietro quel casco ci fosse lui declassava quasi totalmente la sua posizione e tutto il fascino si concentrava attorno a me. Non mi dispiaceva il fascino, ma non mi appassionavano le attenzioni, iniziavo ad essere una figura di spicco, limitato nelle regole di un gioco, iniziavo a confondere la passione con le regole del gioco stesso. La mia passione era la velocità, non rispettare quattro punti che altri avevano dettato. Così incominciai a pensare di lasciare l’ambiente delle gare e allenarmi da solo, dove io e la mia passione avremmo potuto vivere senza compromessi.

 

Tornando a casa con Alberto, dopo aver giocato intorno casa una sera, s’accorse di qualcosa di strano, nel cielo. Puntò il dito su una stella che si faceva sempre più grande come avvicinandosi a noi. Rimase a fissarla, affascinato, confuso. Alle nostre spalle s’espanse un lampo di luce che però lui non notò e un forte vento ci invase all’improvviso, guardai nuovamente in direzione della stella misteriosa ma era scomparsa.

 

Lui mi guardò confuso e io non aggiunsi niente, non avevo niente da aggiungere, ne sapevo meno di lui. L’evento non mi spaventò, decisi di tornare in quel punto, quella stessa sera, prima di andare a letto e una sfera arancione si piazzò in cielo a vorticare intorno alla mia posizione. Nonostante l’immensa quiete che l’atmosfera mi concedeva, iniziavo a lasciarmi spaventare dalla luce anomala, poi emersero dal bosco come delle ombre che si lanciarono in direzione di essa e a quel punto indietreggiai tornando in casa. La scena era talmente anomala che non capivo nemmeno se fosse vera, valeva la pena di spaventarsi per una luce qualsiasi e qualche effetto ottico casuale scatenatosi nel buio?

 

Forse sì. Non mi era dato sapere. Chiusi la porta a chiave per sicurezza e andai a rifugiarmi sotto alle coperte, però del tempo dopo mi scivolarono giù e mi paralizzai dai brividi, dal terrore.

 

<< Sono tornato>>, disse Mattia e mi guardò, incuriosito. << Da cosa ti nascondi?>>.

 

<< Cos’erano quelle luci?>>.

 

Rimase un po’ zitto ma poi mi spiegò:<< Loro ti stanno cercando. Noi siamo qui per proteggerti>>.

 

<< Non mi hanno attaccato>>, risposi, tremante.

 

<< Non lo faranno. Siamo qui per proteggerti. Ti stiamo proteggendo>>.

 

<< Con chi sei? Chi siete?>>.

 

<< Ti diremo tutto, Thomas>>.

 

<< Chi erano loro? Cos’erano le luci di oggi?>>.

 

<< Loro vogliono rapirti>>, mi disse. << Portarti via da qui. Ti mentiranno, ti useranno>>.

 

<< E voi? Chi siete? Perché devo crederti? Chi sei?>>.

 

Scosse la testa, << Sei un bambino cattivo, così tante domande>>.

 

Mi spaventai. Potevo averlo irritato? Era mio nemico? Chi poteva essere nemico della verità se non    qualcuno con qualcosa da nascondere?

 

<< Io servo ad aiutarti>>, rispose, come se avesse udito i miei pensieri. << Noi siamo amici, ti riveleremo tutto quanto>>.

 

Mi risvegliai il mattino dopo, deciso di voler scoprirne di più. Decisi di andare a Calà dopo scuola. Una creatura di ferro, silente, mi seguiva tra gli alberi accompagnando i miei passi in salita, osservandomi, pacificamente. Giunto in cima alla scalinata di Calà la creatura si mostrò a me, perfettamente. Era una piccola navicella, s’adagiò a terra e un poco eccitato rimasi in attesa di vedere qualcuno smontarvi, ma nessuno scese mai, le luci della navicella incominciarono a preoccuparmi, fisse su di me, come un carceriere, non come un genitore attento.

 

“Dove siete?”, domandò una voce, attraversando le mie orecchie.

 

Mi guardai attorno, non c’era nessuno. Di chi era la voce?

 

Tre oggetti lucenti comparvero nel mezzo del cielo e s’avvicinarono alla navicella nel tentativo forse di circondarla. Io corsi a ripararmi dietro un albero mentre un suono metallico sottile incominciava a tremare nell’aria accompagnato da luci anomale. La navicella amica rimase intrappolata come in un campo d’energia invisibile fra i due oggetti, un terzo si sganciò dalla formazione e fluttuò aggraziato verso di me. Poi suoni di elicotteri, qualcuno giungeva a salvarmi. Ma che fine avrebbe fatto? Degli aerei militari giunsero rapidissimi facendo un gran rumore. Poi un botto, alle spalle della creatura che tentava di raggiungermi. La navicella amica scosse con un’invisibile forza le navicelle vicine e crollarono tutte e due a terra, assieme ad essa. Gli aerei che giunsero sganciarono piccoli droni che rotearono intorno all’essere luminoso nemico e questo svanì. Confuso, rimasi ad osservare, poi decisi di cambiare silenziosamente postazione per non farmi ritrovare da quelli che forse erano amici ma che potevano non esserlo, strisciai sotto dei cespugli e mi nascosi fra i rami fitti e pungenti, ferito di graffi in faccia e sulle mani. Mi risvegliai in camera, era ancora giorno. Andai alla finestra:<< Ma cos’è successo?>>.

 

Forse l’enigma di Calà iniziava a risolversi. Forse sapevo cosa c’era a Calà. Erano alieni. Potevano esser altro? Ero sicuro. Questo era successo.

 

Mi precipitai di corsa alla porta per andare a Calà ma mia mamma mi chiese subito:<< Dove stai andando?>>.

 

<< Nel bosco! Ho lasciato lì … delle cose!>>.

 

Raggiunse l’entrata dove io stavo e chiese preoccupata:<< Cosa sono quelli che hai sulla faccia? Sono graffi?>>.

 

<< Sì … sono inciampato su un cespuglio, oggi. Stavo giocando col cane>>, mentii.

 

<< Ah, hai portato a passeggio Sport?>>.

 

<< Sì, era da tanto che non lo facevo>>.

 

<< Infatti! Come mai ti è venuta questa voglia?>>, domandò, colpita.

 

<< Mamma non ho tempo … devo andare a cercare le mie cose prima che piova! Si rovineranno!>>.

 

<< Vai, vai pure … >>.

 

Questa volta presi uno zaino, ci misi una fotocamera, del cibo, dell’acqua e partii. Andai di corsa per non fare tardi ma risalire Calà fu estremamente faticoso. Non potei nemmeno giungere in cima perché dei militari avevano proibito l’accesso alla zona.

 

<< Perché non posso passare?>>, mi lamentai, insistentemente. << Il mio cane è lì! Devo andarlo a prendere!>>. 

 

<< L’accesso è vietato>>, insistette l’uomo in divisa, a guardia della zona con altri dei loro.

 

<< E perché è vietato proprio oggi?>>.

 

<< Sono informazioni riservate>>.

 

<< Avanti! Io ho visto le luci. So benissimo che è caduto qualcosa dal cielo! Le hanno viste tutti in paese!>>, mentii.

 

<< Sì>>, rispose l’uomo. << Hai visto bene, abbiamo già rilasciato delle interviste>>.

 

<< E cosa avete detto nelle interviste?>>.

 

<< Oggi pomeriggio dei nostri prototipi aerei sono atterrati. Li stiamo disattivando e raccogliendo i dati, vai a rassicurare i tuoi amici e non insistere>>.

 

L’impazienza mi arse, c’era un solo modo per saperne di più. Rischiare.

 

<< Io c’ero>>, dissi. << Fatemi passare, non avete niente da nascondermi!>>.

 

L’uomo guardò confuso dei suoi compagni, parlarono fra loro e mi disse:<< L’esperimento è pericoloso, potresti farti del male. Torna a casa, non inventare altro per passare!>>.

 

Allora dissi ad alta voce:<< Io c’ero! Fatemi passare!>>.

 

L’uomo mi afferrò un braccio e mi spinse via minaccioso, << Vattene, ragazzino!>>.

 

Dovevo andare oltre. C’erano i miei amici lì dietro, erano alieni, loro mi avevano protetto. Avrei scoperto altro. Non ero mai stato così vicino alla verità come ora. Avrei lottato per rivederla.

 

Ma era evidente, quelli lì di guardia non avevano idea di cosa ci fosse alle loro spalle altrimenti si sarebbero allarmati a sapere che io conoscevo il loro segreto, erano stati ingannati.

 

<< Sono già stato qui! Mio padre è lì dentro! Ho il permesso per venire! Fatemi parlare con qualcuno di più competente!>>, sbraitai.

 

<< Non abbiamo tempo per un ragazzino così fastidioso>>.

 

<< Thomas Manero>>, disse qualcuno.

 

Io guardai sbalordito un’agente giungere verso di me.

 

<< Vedi? Mi conoscono!>>, dissi all’uomo e raggiunsi l’agente. << Sono io!>>.

 

Mi guardò bene e disse, << Di qua. Seguimi, ragazzino>>.

 

Guardai le armi che tutti tenevano con sé e preoccupato camminai al suo fianco.

 

<< Perquisitelo>>, disse ad altri che mi controllarono tutto, aprirono lo zaino e lo svuotarono, controllando ogni cosa. Mentre controllavano le mie cose, l’agente mi portò per un’altra direzione dentro delle tende bagnate dalla pioggia che incominciava a cadere su di noi.

 

<< Dove mi sta portando?>>, domandai, preoccupato.

 

<< Siedi>>, disse, aprendo la tenda.

 

Guardai la sedia libera posta con le altre occupate attorno ad un tavolo pieghevole. Mi sedetti timidamente ma mantenni lo sguardo duro e sicuro, non avrei mostrato debolezza, non sarebbe servito a niente mostrarla, forse sarebbe stato addirittura sconveniente.

 

<< Cos’è questo bambino?>>, domandò con riluttanza uno degli uomini che stavano seduti al tavolo. Una donna anch’ella in divisa disse:<< Questo è uno scherzo, agente?>>.

 

<< Ho ricevuto istruzioni da Prometeo stesso>>.

 

Prometeo? Mitologia greca? Cosa centrava con la mia situazione?

 

<< Prometeo?>>, fece eco la donna, sorpresa.

 

Nella tenda eravamo in cinque, l’agente, tre uomini e una donna. Io ero solo.

 

<< Controllate voi stessi. Thomas Manero, Terra-Noàn 147>>.

 

La donna assieme ad uno degli uomini guardò dei dati sul proprio tablet e mi guardò dritto negli occhi.

 

Rimasi zitto, ripetendo solo in me stesso le domande che mi assalivano.

 

<< Nòan 147>>, concordò lei. << Sì … è uno di loro>>.

 

Uno di loro. Ma di chi? La voglia di sapere divampò. Bruciò come rabbia un immenso desiderio. Io dovevo sapere altro.

 

<< Mh! Tu verrai con noi fra un bel po’, ancora>>, commentò un uomo che fin ora non aveva ancora parlato, fumandosi una sigaretta lontano dal gruppo. << Cosa ordina, Prometeo?>>.

 

Con noi? Fra quanto? Perché? Era minaccioso? Era una minaccia, quella? Cosa volevano da me?

 

Chi ero?

 

<< Vogliono che lo lasciamo abituarsi>>, rispose l’agente che mi aveva portato lì.

 

Quindi Prometeo non era una persona. Era come minimo un gruppo. Era un’organizzazione, forse.

 

<< Che sia libero di vedere ciò di cui ha bisogno>>, continuò.

 

<< Cosa potrà mai fare un ragazzino così piccolo?>>, concordò l’altro uomo. << Senza telecamere, senza microfoni. Nessuno mai ti crederebbe. Tutto ciò che vedi qui, per questo mondo, Thomas, non esiste>>.

 

Annuii, muto.

 

Appena mi fu possibile andai a cercare le creature di metallo e luce cadute, in mezzo alle strutture e alle tende. Ma non trovai niente. Avevo fatto tardi, ripresi lo zaino e degli uomini mi accompagnarono fuori senza dire una parola. Ritornai verso casa, silenzioso.

 

Confuso.

 

Nòan 147. Poteva essere un nome in codice? Il mio nome? Io facevo parte di qualcosa … ma di che cosa? I segreti si infittivano ma chiarivano sempre di più. Ero pronto a capire altro. Continuai le ricerche, su di me, sul mondo, dentro i libri, attraverso la natura, la fisica, la filosofia. Provai poi a fissare gli eventi non solo nella memoria, ma anche nel mondo fisico, non fatto di ricordi ma di cose, di fatti. Avrei fotografato qualcosa di anomalo, avrei provato l’esistenza di tutto questo. Avrei documentato ogni cosa.

 

Mi capitò addirittura di conoscere decine di persone convinte di essere adotti ma si perdevano palesemente in sciocchezze comuni di disinformati e disagiati tipi di individui. Forse le loro magiche credenze li univano, permettendo loro di stringere amicizie profonde e sopportare la durezza del mondo. Ma io non mi limitavo ai sogni vividi, alle paralisi notturne, alle forti sensazioni, agli avvistamenti di fenomeni astronomici poco comuni ma normali, io li avevo visti … avevo visto coi miei occhi le loro navicelle e da troppo vicino.

 

Anche in questo caso io ero superiore ad un’altra categoria umana.

 

Anche in questo caso ero diverso.

 

Forse …

 

… ero anche solo.

 

Guardai Sport che si grattava noncurante all’angolo di una stanza. Ripensai a Mattia, cacciato dal potere incontrastabile delle verità troppo grandi e inaccessibili, troppo forti, sconvolgenti, destabilizzanti.

 

Ripensai ad Alberto e non saper cosa pensare di lui, paradossalmente, mi diede sicurezza, o per lo meno, speranza. Non sapevo se avrei mai raccontato tutto questo ad Alberto ma incominciai a pensare che se gli eventi si sarebbero incastrati perfettamente fra di loro, come ingranaggi dell’esistenza, allora sarebbero diventati reali, non potevano che andare avanti. Non era la storia del fato o del caso, quella in cui credevo, ma dell’armonia fisica delle cose, persino degli eventi.

 

E tutto ciò che mi ricordava

 

sarebbe andato come avrebbe dovuto.

 

Mi colmò d’un indescrivibile sicurezza,

 

io ero col mondo

 

intero

 

e sarei diventato solo ciò

 

che io sarei dovuto diventare.

 

Niente sbagli, solo ritardi, manovre immense verso fatti non programmati nemmeno dall’armonia delle cose. Sbagli che mi avrebbero permesso di provare strade diverse, per arrivare sempre a ciò per cui io ero portato.

 

Ed ero portato per la scoperta.

 

Per l’unicità.

 

Ma in che cosa io ero diverso? Perché difendere con forza la mia salute e la mia unicità?

 

Perché proprio io

 

Ero unico?

 

 

 

CAPITOLO 6 - SAPERE SELVAGGIO

 

Ero alla ricerca della conoscenza, avevo sete di sapere. Esso si nascondeva tra le righe, in una foresta di lettere, parole, pensieri e sensazioni. Cacciava le sue prede, la sua bestialità le aggrediva d’un immensità insostenibile, cadevano sulle ginocchia i sapienti, si ricoprivano d’umiltà i saggi, segno che la bestia era passata di lì. Tutti gli altri, gregge incosciente, superficiali e sereni, proseguivano una non vita di luce nelle ombre, nella cecità. Nella beatitudine.

 

Ma no, per me la beatitudine non era abbastanza. Mi sarei condotto all’inferno o al paradiso, forse avrei anche combattuto, io mi sarei mosso.

 

Avevo anche bisogno di più prove. Costruii una trappola intorno al mio letto, mi ci sistemai per dormire, aspettandomi che prima o poi sarebbe scattata, avvisandomi che il mio sogno era davvero più reale di quanto non sembrasse, sogni di angeli che venivano dalle stelle, di notte, per annunciarmi verità che non mi sarebbero mai state dette.

 

Avevo collegato con dei fili vari oggetti leggeri nella stanza, in modo che qualsiasi cosa sarebbe passata, avrebbe lasciato il segno.

 

Il mattino dopo non trovai né fili né oggetti, eccetto uno.

 

Rimasi sconvolto, perplesso, spaventato. Io avevo colto la bestia alle spalle, avevo messo la verità all’angolo, non mi restava che affrontare il suo volto di là dalle sue sembianze ingannevoli.

 

Giunto a scuola ero impaziente di parlarne con qualcuno, avrei condiviso la notizia con Alberto. Attesi di rivederlo ma giunto il momento mi sentii disorientato, proprio al debole Ranocchio avrei detto tutto questo?

 

Tornai a casa, in preda ai misteri, alle indecisioni, ma Sport mi accolse con uno degli oggetti scomparsi, deformato dalla violenza giocosa dei suoi denti. Guardai il filo attaccato ad esso che correva lungo la stanza e si nascondeva dietro ad una porta. Andai, se ne stavano lì, nell’altra stanza, il resto degli oggetti ancora legati.

 

<< Cosa sono tutte queste cose in giro per casa?>>, tuonò mia madre.

 

<< Esperimenti … >>, farfugliai, trafitto dalla delusione. Lo trascinai via con me fino al cestino dove buttai le cose e tirai un calcio alla ciotola vuota del cane, che stava lì accanto. La rabbia vinse la delusione, uscii a sedermi fuori e fissai il vuoto, profondamente scosso. Ero solo stato un idiota a credere, avevo calpestato tutto il mio valore intellettivo. Mi ero umiliato da solo, ma come era successo? Ed avevo anche creduto! Almeno non ne avevo parlato con altri, ma per così poco!

 

Tornai in camera mia, Sport s’intrufolava zitto zitto, afferrò l’ultimo filo e mi corse attorno per farsi notare, colpevole.

 

<< Inseguimi!>>, dicevano i suoi occhi. La sua coda si mosse allegramente e dei suoni lamentosi uscirono dalla sua gola. Poi lasciò il filo e abbaiò.

 

Soffiai, << Ma esci! Via! Sei stato tu! Canaglia … >>, lo scacciai delicatamente col piede e chiusi la porta. << Ma che storie! Dannazione!>>. Lasciai cadere a terra i libri dalla mia scrivania e fissai la finestra.

 

Dove portava la via?

 


“Impercettibile, quasi senza forma; misterioso, quasi senza rumore: così sei padrone del destino del nemico”, Sun Tzu, L’arte della guerra, capitolo sesto.

 

Avevo bisogno di misteriosa rapidità e impercettibilità. Ma come l’avrei trovata?

 

Per una strada di sera, qualche giorno dopo, rimasi intontito a fissare una luce brillare, venire, brillare, immensa e poi andarsene, nel cielo e solo dopo guardai il cellulare che tenevo in mano, ammaliato ed abbagliato dalla bellezza dell’evento non avevo nemmeno scattato una foto! Imprecai! tirando un sasso in direzione della luce misteriosa, avevo fallito. Non avevo documentato niente di niente!

 

Riprovai, un’altra sera. Tenni come sempre gli occhi fissi sul fenomeno per non perdere nemmeno un secondo, per non perdere la fine dell’evento che non sapevo né quando né come sarebbe giunta. Estrassi il telefono dalla tasca, aprii la prima applicazione con fotocamera e scattai la foto all’oggetto. Questa volta ce l’avevo. Appena esso svanì feci i salti di gioia e corsi verso casa a caricarla subito nel mio computer per non perderla ma non c’era niente. Nessun effetto paranormale, l’avevo scattata tramite un social network ed avevo messo in pausa lo schermo invece che inviarla salvandola. Era stato un altro fallimento.

 

Andai a Calà, il giorno dopo, con la fotocamera che mi penzolava dal collo. Era giorno e mi portavo appresso Sport per poter uscire indisturbato dai miei genitori. Raggiunto Calà, il luogo del mistero per eccellenza, non avvenne niente. Potevo essere davvero io l’unico luogo del mistero che conoscevo.

 

Fu frustrazione, soltanto fallimenti e frustrazione. Decisi quasi di farmi amici tutti gli astrofili del luogo ma ormai avevo imparato che la verità era più furba di me.

 

Ma se la verità fosse davvero stata dentro di me?

 

Certo, gli orizzonti si ampliano col confronto, unendo al proprio mondo il mondo delle altre persone, ma una profonda ricerca in me mi avrebbe dato le chiavi per aprirmi e per capire molte cose che il confronto da solo non sarebbe riuscito a darmi.

 

Imparai l’arte, per dipingere gli infrarossi, osservai le persone per cercare il riflesso di me stesso, osservai il mio mutare crescendo e le mie memorie, soprattutto le ultime riguardo i misteri di Calà. Noan 147.

 

Il mio aspetto fisico, negli ultimi anni, stava cambiando. I miei capelli si schiarivano mentre i miei occhi divenivano man mano più scuri, più blu e azzurri.

 

Questo mi rendeva alieno, mi estraniava dalla norma.

 

Mi avvicinai di nuovo alle filosofie orientali per capire me stesso.

 

Incominciai a percepire il tempo.

 

Io ero unico in un mare di copie e in un mare di umani.

 

Ero alieno, io?

 

<< Perché mi proteggete?>>, domandai a Mattia, una notte.

 

<< Perché tu sei uno di noi>>.

 

<< Tu non sei umano, non è vero?>>.

 

<< Io sarò ciò che tu vorrai>>.

 

<< Voglio la verità. Chi sei?>>.

 

<< Tu non sei pronto>>.

 

<< Mostrami qualcosa! Solo un accenno! Sono sulla pista buona?>>.

 

Emerse una figura, dal buio. Un uomo incappucciato, i suoi occhi rossi mi fissavano cupamente.

 

Tremai per poco, mosso da brividi primordiali. Mi alzai in piedi, tanto ormai, eravamo lì entrambi.

 

<< Giù le maschere>>, dissi io, delicatamente. << Sto cercando di capire>>.

 

<< Tu sei nato per combattere>>, bisbigliò una voce nelle mie orecchie.

 

Continuai a guardare quella creatura squamosa, con tutto il coraggio nel mio animo. << Che cosa devo combattere?>>.

 

<< Le forze dell’Inganno. Tu ne sei il seme. Noi lo stiamo proteggendo>>.

 

<< Perché proteggete questo seme?>>.

 

<< Perché cadrai nelle profondità delle verità, dell’aridità e ne emergerai possente, divampante. Germoglierà il cambiamento, travolgerà l’ipocrisia che ti ha generato>>.

 

<< Quale ipocrisia? Quali verità?>>.

 

<< Noàn 147>>, rispose.

 

<< Dimmi altro>>, bisbigliai ed aprii gli occhi. Avevo solo sognato.

 

Ora dovevo solo credere.

 

Volevo credere nel mistero e nelle sue parole o nel lato più vuoto e razionale della cosa?

 

Avrei dovuto credere che tutto fosse solo un sogno, ne avrei avuto la forza. Invece decisi di credere nel mistero perché avevo coraggio.

 

Noàn 147, ero il seme dell’Inganno e volevo sapere altro.

 

Sun-tzu Ping-fa, l’arte della guerra. Capitolo primo: “Le operazioni militari sono decisive per la nazione. Costruiscono il campo della vita e della morte, la strada alla distruzione o alla sopravvivenza: è indispensabile esaminarle con cura.”

 

Provai a pubblicare online le mie opere artistiche, nella speranza che qualche anomalia abboccasse, ma nessuno capì il loro significato, nessuno ci vedeva dell’infrarosso. Non era vaga arte. Aveva una missione. Un significato. Era una mia operazione contro l’oceano oscuro e indefinito del segreto.

 

Il tempo non mi era ancora abbastanza chiaro, nonostante io lo percepissi, in qualche modo. Non sapevo cosa ascoltare di esso, non lo distinguevo dalle mie aspettative. Il tempo scorreva con la materia, svelandomene i segreti.

 

Se Alberto giocava a carte, tenendomele nascoste, era probabile che io le indovinassi quasi tutte. In ciò mi concentrai, invece che a vincere nel gioco. Mi chiedevo quanto efficaci fossero le mie percezioni. Feci una serie di studi statistici. Passai da un’irrilevante 10 su 32 ad un interessante 27 su 32 nel giro di appena un mese. Cercai su internet, mi studiai neuroscienze e materie newage ma trovai risposte solamente in queste ultime.

 

“Perciò la vittoria non ha una forma definita, ma muta incessabilmente”, Sun Tzu, L’arte della guerra, capitolo sesto.

 

Poggiai sul cuscino, accanto alla mia testa, il libro di Sun Tzu e pensai a questa frase. Meditando mi vennero delle risposte. Forse la verità non aveva forma definita di un numero, di una parola fra sì o no, forse era una questione di probabilità, tanto mutevole da apparire quasi astratta. O forse la vittoria contro il lato oscuro della realtà si sarebbe rivelata di genere diverso per ogni operazione. Ciò che potevo considerare una vittoria per un’operazione poteva non esserlo stata per un’altra.

 

Colto dalla confusione presi in mano il cellulare e cercai di distrarmi dai troppi pensieri, scorrendo fra le immagini di un social.

 

Ma a quel punto Michael Noàn mi mandò una richiesta di amicizia.

 

Il caos mi vinse e mi cancellò ogni idea e persino ogni sensazione perché erano confuse anch’esse.

 

Noàn?

 

Lo conoscevo?

 

Accettai la richiesta e provai con un inizio facile, comune:<< Ciao>>, digitai e inviai, nella chat. << Ci conosciamo?>>.

 

Qualche minuto dopo visualizzò il messaggio e incominciò a digitare una risposta. Io posai il telefono, vittima di un’angoscia inspiegabile.

 

Ricevetti un messaggio. Feci due respiri profondi e guardai.

 

Noàn scriveva:<< Ciao Thomas. Non credo che io e te ci siamo mai visti di persona>>.

 

Seppi subito cosa scrivere. Afferrai di nuovo il mio telefono e scrissi:<< Chi sei?>>.

 

<< Dimmi di te>>, controbatté.

 

Doveva sicuramente saper qualcosa. << Ah. Per esempio … sono passati 147 giorni dal mio compleanno>>, mentii. Aggiunsi dell’altro, qualsiasi cosa sarebbe andata bene, era emergenza:<< Mi avevano detto che avrei ricevuto una sorpresa ma non l’ho ancora vista. Tu centri qualcosa?>>.

 

<< Non credo che mi riguardi>>, rispose. << Come mai conti i giorni?>>.

 

Mi morsi un labbro e guardai altrove, rabbrividendo. Aveva notato il numero? O trovava il conteggio semplicemente strano?

 

<< 147 è un numero importante, per me>>, tentai.

 

<< Perché?>>.

 

<< Non lo so>>, ammisi. << Ma se tu non centri, perché mi hai contattato?>>.

 

<< Non ho particolari motivi da darti adesso>>.

 

<< Perché?>>.

 

<< Rilassati, non sono pericoloso>>.

 

 All’inizio non sembrava sospetto. Le nostre chat sembravano regolari, se non che ad un certo punto la faccenda incominciò a farsi sempre più cupa, a ricadere nell’enigma che mi circondava.

 

Ci saremmo incontrati un preciso pomeriggio in un paese vicino, mi aveva consigliato dei modi per raggiungerlo, strade più veloci, autobus ...

 

<< Ma in un luogo affollato>>, precisai io, via chat.

 

<< Ma certo>>, rispose.

 

Ero preoccupato, quel giorno, ma cercai di lasciarmi rassicurare dal sole che accarezzava le cose. Avevo raccontato ai miei genitori che avrei passato la giornata con Alberto, dopotutto quel giorno lui sarebbe rimasto a casa da solo e se avesse mantenuto il segreto, questo avrebbe retto.

 

Quando raggiunsi la piazza prestabilita cercai il nome del bar che mi aveva indicato.

 

<< Come ti riconoscerò?>>, gli avevo chiesto via chat, in precedenza. << Quanti anni hai?>>.

 

<< Una trentina. Avrò una camicia bianca, una cravatta marrone, pantaloni chiari e capelli biondi. Vieni da solo>>.

 

<< Perché da solo?>>.

 

<< Perché abbiamo dei segreti in comune e da nascondere>>.

 

<< E quali sarebbero?>>.

 

<< Non possiamo parlarne tramite un social>>.

 

<< Perché no? Resta fra noi due>>.

 

<< Non funzionano così i sistemi di privacy online>>.

 

<< Come mi hai trovato su internet? Perché hai scelto me?>>.

 

<< Mi è stato detto di te>>.

 

<< Da chi?>>.

 

<< Se vuoi sapere altro dovremo vederci>>.

 

<< Verrò>>. 

 

Individuai un uomo biondo, vestito con abiti chiari ed eleganti seduto al tavolo di un bar. Non si guardava spesso attorno, era tranquillo, in attesa. Era lui?

 

Ad ogni mio passo sentivo un certo vuoto solleticarmi lo stomaco. Avvicinandomi venni notato e ogni tanto buttò uno sguardo verso di me, quando mi vide sostare vicino al suo tavolo accese uno splendido sorriso e mi disse in modo accogliente:<< Ciao Thomas. Accomodati, sono io che cerchi>>.

 

Mi sedetti di fronte a lui, respirando tutta l’inquietudine che aleggiava intorno a noi.

 

Allungò una mano verso di me e la strinsi. << Michael De Santis>>, disse.

 

Perché non Noàn? Perché aveva usato un altro nome sul social network? Perché proprio Noàn? Sentivo la verità fremere sotto ad un fragilissimo velo.

 

<< Thomas … >>, ma sospettavo sapesse già il resto. << Manero>>.

 

<< Sei molto giovane>>, notò. << Cosa ti ha portato qui?>>.

 

Corrugai la fronte ma lui aggiunse subito:<< Sarò più preciso … Perché hai accettato di venire qui? Tu sei molto molto giovane, corri molti pericoli ad avventurarti così, da solo. Che mistero ti spinge a venire?>>, socchiuse le palpebre che come sipari nascosero parte dei suoi occhi azzurri, attenti, << Cosa ti aspetti da questo incontro?>>.

 

 << Non lo so>>, ammisi.

 

<< 147>>, farfugliò fra sé, abbozzando un mezzo sorriso. << Ho qui una cosa per te>>.

 

Poggiò una busta davanti a me, << Lo sai mantenere un segreto>>.

 

Presi la lettera ma non la mollò, così lo guardai confuso ed incrociai i suoi aguzzi occhi fissi dentro di me. Mi lasciò prendere la lettera e preoccupato gli dissi:<< Cosa faccio? La apro ora? Perché 147? Cos’è? Dicevi a me?>>.

 

<< Senza fretta>>, mi rispose e sorrise ancora. << Devi saper nascondere ogni prova, se non sai farlo, distruggila>>.

 

Un’attraente cameriera giunse a chiedergli ordinazioni, lui l’ammaliò con i suoi modi, ordinò un caffè, due tramezzini e mi chiese:<< Cosa prendi? Offro io>>.

 

<< No. Niente>>, risposi. Come potevo mangiare in un momento d’ansia come quello?

 

<< Faccia lei>>, disse alla ragazza. << Non badiamo a spese>>, poi però diede un’occhiata al mio sguardo preoccupato e aggiunse:<< Qualcosa di leggero>>.

 

<< Non posso scegliere per lei. Posso elencarle alcune … >>.

 

<< Non si preoccupi, faccia come le ho chiesto. Scelga ciò che i ragazzini richiedono più spesso>>, l’assicurò con fare convincente.

 

Quando lei si allontanò lui mi posò una mano sulla spalla dicendomi:<< Rilassati. Sarà una conversazione amichevole, sono tuo amico>>.

 

Anche Mattia lo diceva spesso, dicevano di voler proteggermi. Ma io non potevo esserne sicuro.

 

<< Mh … >>, commentò guardando il mio viso silenzioso. << Hai qualcosa da chiedermi?>>.

 

<< Perché siamo qui?>>.

 

<< Per il contenuto di quella busta>>.

 

<< L’hai scritta tu? C’è una lettera dentro?>>.

 

<< Non l’ho scritta io>>, mi rispose. Ricevette due tramezzini e me ne passò uno ma scossi la testa.

 

<< Su, avanti … >>, disse ed addentò il tramezzino. << Siamo amici>>.

 

<< Non lo so>>, gli risposi.

 

Sorrise, << Ma bravo, ragazzo>>.

 

<< Cioè?>>.

 

<< Sì. È giusto così, Thomas. Ma non devi preoccuparti oggi. Non per me>>.

 

La cameriera mi consegnò dei pasticcini e li mangiai molto timidamente, sotto allo sguardo attento del mio nuovo, strano amico.

 

<< E dunque … >>, iniziai. << Se non hai scritto tu la lettera … chi lo ha fatto?>>.

 

<< Prometeo>>.

 

Prometeo …

 

<< Una persona?>>.

 

<< Un’organizzazione>>.

 

<< Di?>>.

 

<< Ci occupiamo di diversi settori>>. Da come ne parlava sembrava qualcosa di estremamente normale.

 

Ma non lo era. Di sicuro non lo era. Come avrebbe potuto esserlo?

 

<< Sai niente di ciò che è successo a Calà di recente?>>, domandai.

 

Annuì, masticò e mi guardò silenziosamente. Poi rispose serenamente:<< Sì. C’è stato un’incidente>>.

 

<< Come ne hanno parlato alla TV?>>.

 

<< Non so cos’abbiano detto alla televisione ma non credo proprio>>.

 

<< Io c’ero quando è accaduto>>.

 

<< Eri lì?>>, ma non sembrò molto sorpreso. << Conosco il tuo caso, di questo ho letto qualche accenno>>.

 

<< Il mio caso?>>, l’angoscia mi strinse ancora e poggiai il pasticcino sul piatto.

 

<< Oh, rilassati. Tranquillo!>>, e rise. << Noi ci occupiamo proprio di voi, siamo qui per questo. Non abbiamo cattive intenzioni>>. Poi spinse con due dita un bicchiere di succo verso di me, << Beviti un sorso, dev’essere buono>>.

 

Ma rimasi ad osservare i suoi occhi, << Loro hanno fatto del male ad un mio amico>>.

 

<< Loro chi?>>, domandò più serio.

 

<< Gli … >>. Alieni. << Le navicelle. No, le … luci. Di Calà>>.

 

<< No>>, rispose. << Non so a cosa tu ti stia riferendo ma i nostri non attaccherebbero mai dei ragazzini>>.

 

<< E dei bambini?>>.

 

<< Quando è successo? Tre anni fa?>>.

 

<< Sì. Come lo sai?>>.

 

<< È stata la tua prima esperienza>>.

 

<< No>>.

 

<< Sì>>, rispose perplesso. << Le altre te le sarai immaginate>>, e rivolse la sua attenzione al caffè, ma solo per un attimo. I suoi occhi tornarono su di me:<< Ne hai avute altre, prima?>>.

 

<< Sì>>.

 

<< Evidenti?>>.

 

<< Non lo so … >>.

 

<< No, questo non è normale>>, scosse la testa e soffiò delicatamente sul fumo che emergeva dalla tazzina. << Non ne ero informato. Non esiste>>.

 

<< Quante cose sai di me, Michael?>>.

 

<< Si pronuncia alla svedese, il mio nome, non così. Comunque poche>>, rispose. << Ma dimmi dei tuoi casi precedenti>>.

 

<< Perché vi interesso?>>.

 

<< Perché sei un caso raro, i miei superiori hanno bisogno di te>>.

 

<< Adesso?>>.

 

<< No! Sei troppo piccolo. Ma ora che ti abbiamo trovato potremo aspettarti tranquillamente. Ma dimmi degli altri casi>>.

 

<< Delle voci. Credo>>.

 

Parve voler ridere, << Di notte?>>.

 

<< Forse … sì. Non ricordo bene>>.

 

Scosse la testa, << No. Non ci siamo. Non siamo qui per parlare di suggestioni infantili>>.

 

<< Tu sai niente delle cose strane che mi capitano?>>.

 

<< Dovresti specificare!>>, e rise. << Non ho le risposte a tutto!>>.

 

Mi guardai attorno e gli sussurrai:<< Le luci … i sogni … >>.

 

<< Messaggi?>>.

 

<< Ma da chi?>>, gli domandai.

 

<< Non conosco tutto>>, mi rispose.

 

<< E che cosa conosci?>>.

 

<< Le tue potenzialità. I fenomeni che includono Prometeo>>.

 

<< E questi non riguardano uno dei campi di Prometeo?>>.

 

<< Sì, certo. Ma sei così vago! Come potrei non darti risposte vaghe?>>. Poi ci pensò e mi disse:<< Potremmo parlane da un’altra parte. Ne hai bisogno ora?>>.

 

<< Non verrò da solo con te, da un’altra parte>>, lo avvisai.

 

<< Allora abbiamo finito per oggi>>, s’alzò.

 

M’alzai anch’io, lui prese i pasticcini e me li diede:<< Finiscili anche più tardi, sembrano buoni>>.

 

Andò a pagare. Me ne rimasi appoggiato ad una colonna, perplesso. Non sapevo più cosa pensare di tutto questo. Sembravo avere così tanto e così poco allo stesso tempo. Guardai la busta, fui tentato dall’aprirla ma preferii nasconderla nello zaino per dimostrargli di essere sveglio.

 

Tornò e ci salutammo, così le nostre strade si divisero.

 

Ma non completamente.

 

Io raggiunsi casa di Alberto e rimasi solo con lui finché i miei genitori non vennero a riprendermi. Alberto non mi aveva fatto molte domande, non era così curioso, era piuttosto impegnato a catalogare i suoi insetti e impiegarmi in varie mansioni per risistemare le sue cose.

 

Appena a casa si spensero le ultime luci, nel silenzio candido della notte, accesi una lampada, seduto sul mio letto ed aprii la busta.

 

 

CONTINUA …

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